Non sono mesi facili. A 51 anni Jon Bon Jovi ha vissuto momenti migliori. Nel cuore di una notte dello scorso novembre la figlia Stephanie, 19 anni, lo ha chiamato per comunicargli che era stata ricoverata per un’overdose di eroina. Un macigno sulle proprie certezze, su una famiglia costruita assieme alla moglie Dorothea, il suo amore dai tempi del liceo. «È stato il momento più basso del mio essere padre», ha raccontato nei giorni scorsi. «Nella band sono il leader, ma voglio che ognuno si prenda i suoi meriti perché è uno sforzo di squadra — aggiunge al telefono —. Passando alla vita privata, la ricerca della vera complicità che ho con mia moglie e i miei quattro figli è un lavoro continuo. Se non avessi quella roccia a casa non mi potrei concentrare sulla carriera con questa intensità e così a lungo». I problemi ci sono anche al lavoro. In aprile la band ha annunciato che il chitarrista Richie Sambora avrebbe mollato il tour. Qualche dipendenza da ripulire (ci era cascato più volte in passato), divergenze sui ruoli all’interno della band o una lite per questioni economiche? «Ora devo tirare la corda per due, ma la vita va avanti—dice il 51enne —. Ne abbiamo parlato all’interno della band e anche con Richie… Non c’è nessuna sentenza definitiva: se vuole stare con noi può farlo, se sceglie di non esserci idem. Nessuna lite, nessun problema di soldi, lui è un membro della band. Ma sta attraversando una fase in cui ci sono cose personali che si risolveranno». Jon si è guadagnato anche i titoli dei giornali per aver tirato le orecchie a Justin Bieber, reo di essersi presentato tardi a un concerto: «Non deve mancare di rispetto al pubblico. Puoi fare tardi una volta e ti perdonano, la seconda ti gridano vergogna, vai a lavorare. Ma non ho usato parolacce come ho letto sui giornali inglesi. Non voglio mancargli di rispetto». Nel frattempo il rocker biondo si consola con i concerti. Il tour mondiale che sarà il 29 giugno a San Siro sta funzionando anche senza Sambora: «Personalmente sono in ottima forma e, più importante ancora, la gente viene a vederci in massa. Per questo primo quadrimestre del 2013 siamo il tour numero 1 nel mondo per incassi. Nelle 2-3 ore di show diamo tutto per quelle persone che spendono soldi e giorni di lavoro per venirci a vedere». Due-tre ore di musica dal vivo… Come il suo conterraneo Springsteen. Che c’è nell’acqua del New Jersey? «Bruce è un grande esempio e un modello. È uno di quelli che darebbe la vita per il pubblico quando sta su un palco… Sono cresciuto emulando lui e Southside Johnny…». Se il Boss racconta l’America che arranca dietro la crisi e che vede il sogno americano lontano, i Bon Jovi quel sogno lo hanno sempre tenuto davanti agli occhi. In questo tour c’è addirittura la sagoma lunga 30 metri di una Cadillac d’epoca che domina la scenografia. «Credo ancora nel sogno americano. L’America del 21esimo secolo però non è quella che ci immaginavamo. Viviamo in un pianeta più piccolo e questo deve portarci a superare le differenze e considerare tutta la razza umana come un insieme. Non puoi sempre pensare di conquistare e dividere… Alla fine ti trovi da solo in cima a questa piramide. La situazione è difficile, ma non ho perso la speranza». Nell’ultimo disco «What About Now», però, i testi della band si sono fatti più profondi. «Non è un disco politico, ma ci sono molte osservazioni da un punto di vista sociale. Mi viene da sottolineare la parola realismo; un socialismo basato sulla realtà. L’album è una fotografia del momento, dell’America che, al termine del primo mandato di Obama, provava a uscire dalla recessione, ma le nostre canzoni si possono adattare anche a quello che accade con la disoccupazione giovanile in Europa». A proposito di sociale, il rocker ha tenuto molto bassi i prezzi dei biglietti per il concerto spagnolo (18-39 euro) causa la crisi del Paese. Il discorso finisce sulle speranze e sulla religione. «Fino a 4 mesi fa mi sarei definito uno che provava a guarire dal cattolicesimo. Sono sempre stato una persona spirituale, ma sono molto colpito dalla prospettiva differente mostrata dal nuovo Papa, la sua è una promessa che emoziona e rafforza la religione. Credo abbia cambiato le mie idee e quelle di molte altre persone».

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