Ritrovare un’idea del futuro per la quale si possa dire «a noi stessi come all’Europa e al mondo» che, di fronte alle difficoltà della crisi, «non ci pieghiamo». Evitare il solito pretesto della dialettica politica (messa deliberatamente in scena nella più eccitata e teatrale formula dello scontro) soltanto per giustificare «opposte forzature e rigidità » e, così, «scivolare verso l’inconcludenza». E poi «recuperare fiducia nella politica e nelle istituzioni, dando risposte concrete» ai tanti italiani che «vivono momenti duri e penosi e sono in allarme». Infine, ma in realtà al primo punto di questa gerarchia di priorità, togliersi dalla testa la tentazione di insidiare e logorare il governo attizzando l’eterna catena di polemiche vacue e rischiose per «la stabilità politica ed istituzionale». Ecco le cose che, secondo il capo dello Stato, i partiti devono fare o, nel caso dell’ultima, non fare. Non dà loro molto tempo. Diciamo dodici mesi o poco più, perché «di qui al 2 giugno 2014 l’Italia dovrà essersi data una prospettiva nuova, più serena e sicura». E avverte che provvederà lui a «vigilare» affinché gli impegni siano rispettati. È un videomessaggio secco ed energicamente esortativo, quello che Giorgio Napolitano indirizza agli italiani alla vigilia della Festa della Repubblica. Una ricorrenza che quest’anno cade in un clima di forte ansia, se non di depressione collettiva, sia per le cattive performance dell’economia, sia per le ricadute sociali, che tutto questo sta avendo sulla gran parte del Paese, già ampiamente delusa (e lo dimostra il risultato del voto) dalla classe politica. Già l’incipit del suo discorso ha il significato di uno scossone. «È giusto che in questa giornata l’Italia dia di sé un’immagine di dignità, di consapevolezza, di volontà costruttiva », dice il presidente. Frase che potrebbe essere tradotta alla stregua di una scossa: basta con i piagnistei, con il vittimismo, con le recriminazioni antieuropeiste… dobbiamo invece risvegliare il nostro spirito migliore, rimboccarci le maniche e, insomma, darci coraggio. Subito. Certo, sa pure lui, e lo certifica scegliendo il linguaggio della verità, che tutti «viviamo con profonda preoccupazione il protrarsi e l’aggravarsi della recessione, la crisi diffusa, in molti casi drammatica, delle imprese e del lavoro ». Ma, proprio perché soffriamo di tutto questo, bisogna ripetere che «non ci pieghiamo » alle difficoltà e che, anzi, «vi reagiamo convinti di poterle superare». Possiamo farcela, insiste, «purché scatti uno sforzo straordinario di mobilitazione operosa e di coesione sociale e, insieme, un impegno efficace e convergente di governo e Parlamento». E qui il presidente della Repubblica forse pensa a un precedente che qualche volta ha citato. Cioè il «piano del lavoro» siglato nel 1950 con il fondamentale contributo di Giuseppe Di Vittorio, carismatico leader della Cgil, quando forze politiche e sindacati riuscirono a non far prevalere la logica del muro contro muro pur di offrire le chance per una ripartenza all’Italia. Probabile che abbia in mente quell’esperienza, Napolitano, visto che il lavoro (specie il lavoro giovanile) si è ormai «imposto come il problema numero uno in Europa», dove adesso per fortuna «ci si sta muovendo in direzioni nuove». Un nodo multiplo—la crescita, l’occupazione, il risanamento finanziario—per sciogliere il quale «ognuno deve fare la propria parte, perché è decisivo l’apporto di tutti». Qui sta il punto. «Vedete», spiega modulando il ragionamento in chiave autobiografica, «se tocca a me rivolgervi quest’anno il messaggio per il 2 giugno è perché ho accettato — sollecitato da più parti —l’onore e il peso di una rielezione. Ma ho compiuto questo gesto di responsabilità verso il Paese confidando che le forze politiche, a cominciare da quelle maggiori, sappiano mostrarsi a loro volta responsabili. E il primo banco di prova sta nel discutere e confrontarsi liberamente, ma con senso del limite, senza mettere a rischio la stabilità politica e istituzionale». Dovrebbe essere chiaro ciò che il capo dello Stato intende. Tuttavia, per non concedere alibi a nessuno, aggiunge che la sua «vigilanza» si concentrerà (oltre che su un’efficace sopravvivenza del governo e sulle scelte in campo economico) sul percorso delle riforme, «più che mai necessarie », a partire da quella della legge elettorale. Perché anche l’engineering istituzionale è tra le «risposte concrete» che possono restituire alla gente fiducia e, insieme ai riti e simboli repubblicani, identificazione nello Stato. Simboli e riti tra i quali rientra la parata di stamani, «sobria e ridotta all’essenziale», ma che non può mancare come omaggio alle forze armate.

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