Venerdì sera a Palazzo Chigi, al momento della firma del decreto di nomina, spiccavano l’abito bianco e il polso abbronzato del sottosegretario Michaela Biancofiore ingentilito da un orologio d’oro davvero fuori misura. Poi, la stretta di mano e la foto opportunity: però, mentre il vice premier Angelino Alfano ostentava un sorriso di gratitudine rivolto alla compagna di partito, il presidente del Consiglio Enrico Letta — forse presagendo tempesta, visti i precedenti — rimaneva immobile con gli occhi bassi e un’espressione seria poi tradotta in parole di ammonimento rivolte alla squadra di governo: «Serve grandissima attenzione nella sobrietà, sia nell’organizzazione del lavoro, sia nelle parole che si dicono…». Ma a quell’ora—erano le 20.40 — la Biancofiore aveva probabilmente già concesso tre interviste per duellare con le associazioni degli omosessuali che non avevano gradito la sua nomina alle Pari opportunità accusandola di «omofobia». Detto e fatto, allora. Sabato mattina il presidente del Consiglio ha dato l’ultimo avvertimento al primo, tra i 30 sottosegretari e i 10 vice ministri, che non ha rispettato la regola della sobrietà. Dunque Michaela Biancofiore, indicata dal Cavaliere per un posto di seconda fila nella squadra del governo, ha già perso la delega alle Pari opportunità cui era stata indirizzata, con tanto di comunicato del governo, nella seduta di giovedì sera del Consiglio dei ministri. La decisione di Letta è stata fulminea: dopo aver letto la rassegna stampa e il contenuto delle interviste della neo sottosegretaria —«I gay sono una casta»; «I gay si ghettizzano da soli»—il premier si è consultato con Angelino Alfano, per ovvie ragioni di opportunità, e insieme avrebbero stabilito la nuova collocazione della Biancofiore: tolte le deleghe a Pari opportunità, Sport e Politiche giovanili, le vengono attribuite quelle alla Pubblica amministrazione e alla Semplificazione da gestire, però, in «condomino» con il collega Gianfranco Micciché (Grande Sud). La comunicazione del repentino cambiamento è stata data agli interessati dal sottosegretario alla Presidenza Filippo Patroni Griffi. Poi il ministro della Pubblica amministrazione e della Semplificazione, l’avvocato messinese Gianpiero D’Alia (Udc), è stato lapidario nel suo commento: «Obbedisco», avrebbe detto direttamente al premier che lo ha raggiunto telefonicamente. Per poi aggiungere, però: «Io obbedisco a patto che si rispettino le regole che ci siamo dati e cioè che qui alla Funzione pubblica si lavora molto e non si parla mai». Il caso è chiuso, dunque. Un Letta più decisionista che mediatore, stavolta, ha fatto capire che questa è «l’ultima chance» per la Biancofiore perché il suo discorso, in coda alla cerimonia di giuramento, era stato chiarissimo sule regole di ingaggio. Ora la delega alle Pari opportunità rimane nelle mani della ministra Josefa Idem che almeno per il momento—confermano a Palazzo Chigi — non si avvarrà di un sottosegretario. «Almeno la decenza è salva», ha commentato il leader di Sel Nichi Vendola. Mentre Paola Concia (Pd) ha detto che si è «riparato un danno». Dal Pdl, invece, si cerca di derubricare l’incidente. Il vice presidente del Senato Maurizio Gasparri ha osservato: «Sinceramente non ho trovato che la Biancofiore abbia detto frasi sconcertanti, se poi ci si riferisce a frasi dette in passato allora tutto può essere usato come pretesto. Non vorrei che si passasse alla criminalizzazione in senso opposto». Nel Pdl, poi, hanno voluto solidarizzare pubblicamente con la Biancofiore Pietro Laffranco, Gabriella Giammanco e pochi altri. Esulta invece Fabrizio Marrazzo del Gay center: «Bene Letta. La Biancofiore, attaccando le associazioni dei gay, ha dato un segnale di presunzione e di mancanza di serenità». Chiuso il fascicolo sulla Biancofiore, tuttavia, Letta deve tenere alta la guardia intorno alla sua squadra di governo. Il giudice Cosimo Ferri, sottosegretario alla Giustizia, ha chiarito il giallo del suo ritardo alla cerimonia del giuramento. Ma un’altra polemica è in agguato: «Avevo dato, con una prima comunicazione al Csm, la mia disponibilità a giurare martedì per consentire la conclusione del processo a Massa», spiega Ferri. Lui, infatti, è uno dei tre togati che lunedì avrebbero dovuto emettere sentenza nel processo a carico di 12 imputati (tra i quali un ex funzionario del Comune) che gestivano il forno crematorio del locale cimitero e restituivano le urne non selezionando le ceneri. Bene, questo processo ora rischia di ripartire da zero per l’incompatibilità di uno dei giudici. Ferri però si difende: «Io dal ministro Cancellieri avevo avuto anche il via libera per posticipare il giuramento ma poi da Palazzo Chigi mi hanno detto che fa fede la data del decreto di nomina ». Altre nubi si addensano su Gianfranco Micciché (sottosegretario alla Funzione pubblica) che proprio al «Corriere» ha detto di essere «rinato grazie al Cavaliere e Dell’Utri» e a Lombardo. Amicizie, queste, che non sono piaciute a Dario Ginefra (Pd): «Letta revochi l’incarico anche a Micciché». C’è poi il caso del ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, che avrebbe già riunito i parlamentari del Pdl eletti nel Lazio. La denuncia è del senatore Luigi Zanda (Pd) ma il portavoce del ministro smentisce: «Nessun vertice del ministro con i parlamentari»

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