Un po’ cartina di tornasole dei momenti critici di Telecom Italia, un po’ argomento tabù della serie «Chi tocca muore» come si legge ancora sui pali dell’alta tensione, torna l’evergreen dello scorporo della rete. Ieri il copione- tormentone si è ripetuto com’è accaduto «enne» volte negli ultimi anni (non è un refuso: anni). Dopo le anticipazioni de il Messaggero— che ha parlato di una possibile quotazione di un pacchetto fino al 40% della rete fissa oltre a un 20% che dovrebbe confluire nel Fondo strategico italiano — il titolo ha prima iniziato una corsa a Piazza Affari con un guadagno del 2,4% per poi frenare quando un portavoce del gruppo ha gettato acqua sul fuoco: «Prematura qualsiasi ipotesi». In sostanza, come già era emerso, se ne parlerà nel consiglio di amministrazione di mercoledì. Sono almeno sette anni che il tema compare e svanisce, anima rumor e dibattiti per poi essere smentito (salvo poi essere riesumato: recentemente è stato lo stesso presidente del gruppo telefonico, Franco Bernabé, a riagitare il fantasma). L’argomento ha colpito duramente anche dei personaggi eccellenti: nel 2006 Angelo Rovati, il consigliere scomparso da pochi giorni dell’ allora premier Romano Prodi, dovette dare le dimissioni sulla scia di una bufera sorta intorno al suo piano per conferire la rete alla Cassa depositi e prestiti. Fu uno scandalo che giunse fino in Cina dove Prodi era in viaggio di lavoro. Nel 2009 il disaccordo con Bernabè sul futuro e le politiche con cui gestire la rete Telecom era inoltre costato l’allontanamento dal gruppo, dopo 25 anni, di Stefano Pileri. Sull’argomento sono stati prodotti studi, sono stati presentati piani al board del gruppo, sono state discusse strategie con la Cdp nell’ultimo anno. E almeno 4 ministri e tre premier hanno dovuto occuparsi del tema. Per il gruppo telefonico rete vuole dire occupazione, debiti (non è mai stato certificato ma è chiaro che si tratta dell’asset che permette a Telecom di avere 40 miliardi lordi di indebitamento) e rapporti di forza con gli operatori alternativi. Il tema è di interesse nazionale e non solo perché Telecom è una delle ultime grandi aziende del Paese: è chiaro che un eventuale accordo con H3g di Li Ka Shing non potrebbe riguardare la rete, un asset strategico di importanza rilevante che non sarebbe consigliabile dare in mano a un soggetto straniero (pensiamo soltanto al delicato nodo delle intercettazioni). Secondo alcuni il discorso varrebbe in realtà per tutta Telecom. Ora la formazione quasi insperata di un governo stabile riapre la questione e il dossier Rete sta attendendo sulla scrivania non solo il neoministro dello Sviluppo, Flavio Zanonato, ma anche il premier Enrico Letta. Le domande le conosciamo: vogliamo una rete Telecom pubblica? Potrebbe essere questo il primo passo per la nascita di una vera rete di nuova generazione Ngn sul modello australiano dove è stato proprio lo Stato a farsi carico di un’infrastruttura chiave per lo sviluppo? Ora, dopo sette anni di tormentoni, la never ending story ha bisogno di un finale.

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