Stavolta la profezia non affiora dall’eterno solfeggio dei pettegolezzi parlamentari, né viene azzardata da qualche cronista smanioso di scoop. Adesso, a indicare l’orizzonte cronologico entro cui dovrebbe chiudersi il nuovo mandato del presidente della Repubblica è colui che fino a dieci giorni fa era il suo portavoce: Pasquale Cascella. Il quale, intervistato per la trasmissione La Zanzara, su Radio 24, dice: «Napolitano non resterà sette anni, no. Il tempo di vedere le riforme avviate e poi lascerà. Tre anni? Speriamo molto prima». E, per farsi capire meglio, aggiunge: «Quello di Napolitano è stato un rinnovo funzionale, si è dato una missione e una funzione. Il tempo per far uscire il Paese da una transizione che rischiava di essere infinita, avviando riforme serie che sono una palla al piede dello sviluppo e della crescita. Comunque fisicamente sta bene, lo si vede, le apparizioni pubbliche non mancano». Un annuncio che ha l’impatto di un meteorite, a Montecitorio e dintorni. Perché questioni simili di solito rientrano nella sfera dell’«indicibile », almeno da parte di chi sta dentro i palazzi del potere. Non a caso, l’unico commento filtrato dal Quirinale è che «a parlare è un privato cittadino, non più il consigliere per la stampa e l’informazione del capo dello Stato». Interpretazione minimalista, ma vera. La conferma lo stesso Cascella, di solito sempre molto laconico: «La mia è una posizione senza più vincoli istituzionali, libera». Infatti, prevedendo un cambio della guardia sul Colle, si era dimesso prima della rielezione di Napolitano, candidandosi alle elezioni comunali di Barletta. Ora, per quanto sia intuitivo che il presidente non rimarrà al suo posto per l’intero settennato— lo completerebbe a 95 anni, troppi per avere le energie indispensabili a un compito del genere, come lui stesso ha segnalato due mesi fa a Berlino — non c’è dubbio che aprire subito il tema della successione rischia di introdurre variabili potenzialmente destabilizzanti, nel dibattito politico. E, anche se Cascella spiega la rielezione come una scelta obbligata («quando ha accettato la ricandidatura, Napolitano ha detto: “non può essere solo una mia responsabilità”… il governissimo è uno stato di necessità»), ragionare oggi pubblicamente di scadenze ravvicinate è uno choc. Sul quale si potrebbe già aprire uno sgradevolissimo conto alla rovescia, con relativemanovre politiche. Altre considerazioni «forti », Cascella le riserva aMarco Travaglio, vicedirettore de Il Fatto. A provocarlo, la vicenda di Loris D’Ambrosio, l’ex consigliere giuridico del presidente messo sotto pressione da Nicola Mancino per l’inchiesta palermitana sulla trattativa Stato-mafia e per questo finito sui giornali, stroncato da un infarto il 26 luglio 2012. «Bisognerebbe chiedere a Travaglio se non abbia problemi di coscienza, per il modo in cui ha fatto informazione… è stato un attacco mirato alla persona». Un fuori programma destinato a far discutere, in un giorno programmato di quiete quasi assoluta, per il Colle. Da dove nel primo pomeriggio rimbalza un unico annuncio: l’annullamento del grande ricevimento del 2 giugno nei giardini del Quirinale (che saranno però aperti ai cittadini). Una decisione dettata da «ragioni di sobrietà e di attenzione al momento di grave difficoltà che larghe fasce di popolazione attraversano». Insomma: Napolitano quest’anno onorerà la festa della Repubblica limitandosi a «un messaggio augurale a tutti gli italiani» e presenziando «come sempre» alla parata militare ai Fori Imperiali. Il risparmio previsto si aggira sui 200.000 euro (per l’esattezza 199.470), tanto costerebbe mettere a tavola circa duemila persone tra alte cariche dello Stato ed esponenti della società civile. La notizia, com’era ovvio attendersi, suscita un immediato «rilancio» sulla parata delle forze armate. Accanto a uno Storace che sospettosamente si domanda se «sarà cancellata» anche quella, dalla sinistra si alzano numerose voci per cancellarla del tutto. «Ci pare assurdo spendere milioni di euro per far sfilare carri armati quando il Paese attraversa una crisi così grave», scrivono in una mozione 23 deputati di Sel. Preoccupazioni eccessive. Dopo la svolta di Napolitano, anche i militari dovranno adeguarsi. Cioé spendere meno.

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