Neanche il tempo di partire e il governo è già in panne. Neppure nella più pessimistica delle previsioni avremmo immaginato che, quando ancora non aveva ottenuto la fiducia in uno dei due rami del Parlamento, Enrico Letta avrebbe dovuto fare i conti con le sue facili promesse. Eppure è ciò che è accaduto. Ieri, prima ancora di presentarsi al Senato, è scoppiata la prima grana e guarda caso proprio su un tema scottante come l’Imu. Dario Franceschini, fresco ministro cui spetta di tenere rapporti con gli onorevoli, si è fatto sfuggire che l’imposta municipale unica, la tanto deprecata tassa sulla casa, non è stata tolta ma solo spostata, come solo Libero aveva rivelato. Un rinvio, non un’abolizione. Insomma, una furbata, messa nel programma per contentare il Pdl che della cancellazione di quel balzello ha fatto un punto d’onore. Apriti cielo. Le agenzie non avevano ancora terminato di battere le dichiarazioni dell’ex segretario del Pd che già si registravano le prime reazioni del Popolo della libertà. E non si trattava di commenti proprio distensivi, ma di vere e proprie dichiarazioni di guerra. Quando poiha parlato il Cavaliere ilquadro è stato chiaro. Berlusconi ha minacciato di ammazzare l’esecutivo nella culla, spiegando che, se l’abolizione dell’Imu non c’è, non c’è neppure il governo. Così, in tutta fretta, a Palazzo Chigi hanno innestato la retromarcia, facendo dichiarare al ministro Graziano Delrio, stessa provenienza di Franceschini (ex Ppi diventato Pd), che si trattava di un equivoco: a giugno la tassa verrà fatta slittare, in attesa di trovare una soluzione definitiva per i meno abbienti. Ma per spegnere l’in – cendio che lambiva la poltrona del premier prima ancora che questi vi si sedesse, alla fine è dovuto intervenire lo stesso Enrico Letta, il quale ha dichiarato che ai fini della linea del governo valeva il suo discorso alla Camera, in cui si impegnava a rimodellare l’imposta sulla prima casa. Tutto chiaro? Mica tanto. Nonostante le rassicurazioni del presidente del Consiglio, risulta ancor più evidente ciò che abbiamo scritto ieri, subito dopo la presentazione a Montecitorio del programma di governo. Nonostante le parole di miele del premier, l’esecutivo è appeso a unfilo che potrebbe spezzarsi in qualsiasi momento, anche prima del previsto. L’equilibrismo di Letta consiste nel promettere tutto a tutti – dai tagli di imposta agli incentivi per le assunzioni, dalla rinuncia degli aumenti Iva fino all’introduzione del reddito minimo per chi è rimasto senza lavoro – senza però spiegare mai da quale portafogli preleverà il denaro necessario a pagare il conto. Su parecchi quotidiani di ieri, compreso il nostro, erano pubblicate le stime di quanto costerebbe mantenere tutte le promesse contenutenel programmadi governo. Si va da 10 miliardi calcolati dai giornali fiancheggiatori ai 30 stimati da chi – come Libero – non è intenzionato a fare sconti. Nell’uno o nell’altro caso si tratta comunque dicifre pesanti, non facilmente reperibili nelle pieghe dei bilanci dello Stato. E allora? Dove trova Letta i soldi per mantenere ciò che ha annunciato al Parlamento e al Paese? La risposta non è chiara, perché il presidente del Consiglio ha preferito sorvolare sul dettaglio, rinviando la questione a un prossimo futuro, quando l’ese – cutivo sarà perfettamente operativo. Neanche il tempo di indire un consiglio dei ministri, cheecco però riproporsi il quesito: come si taglia l’Imu se in cassa non ci sono i soldi? A quale tesoretto intende attingere Letta visto che ad oggi non ha parlato di ridurre il grosso degli sprechi e neppure di vendere il patrimonio dello Stato? Certo, il premier ha fatto un distratto accenno alla necessità di allentare la camicia di forza dell’au – sterità e per questo è volato da Frau Merkel, mentre oggi incontrerà Monsieur Hollande e il presidente della Ue Barroso. Ma è assai difficile che dalla gita fuori porta il presidente del Consiglio ritorni con borse stracolme di denaro né è immaginabile che Berlino, Parigi e Bruxelles gli concedano licenza di indebitarsi, cioè di sforare i vincoli di bilancio che tanto faticosamente hanno imposto e difeso, a costo di far fallire qualche Paese, come si è visto per Grecia e Cipro. Dunque, più che le promesse contano le premesse e cioè, se non ci saranno indicazioni chiare sul reperimento dei fondi necessari ad abbassare le tasse e aiutare la ripresa, questo governo non avrà vita facile. Perché senza scelte strategiche precise, senza una liberalizzazione vera del mercato del lavoro, senza l’abolizione delle migliaia di norme che impediscono alle imprese di nascere e crescere, senza uno stop allo sperpero e un’inversione di rotta nella politica fiscale, l’esecutivo e con lui l’Italia non vanno da nessuna parte. Al massimo vanno a fondo.

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