ROMA—È andato di persona Silvio Berlusconi a parlare al suo gruppo della Camera, prima del dibattito sulla fiducia, per rassicurare, per tenere alto un morale che molti hanno veramente giù. Perché la scelta delle larghe intese — per un partito che sentiva di avere la vittoria in tasca in caso di voto, un partito di fedelissimi e parecchi pasdaran che non si sente rappresentato al governo da una pattuglia considerata troppo moderata, una pericolosa «nuova Dc in nuce» — è dura da digerire. E solo se l’operazione se la intesta direttamente il Cavaliere può essere seguita, seppur a malincuore, da tutti. Cosa che l’ex premier fa con decisione, ribadendo che è «la scelta giusta», specificando che l’appoggio è vincolato all’accoglimento dei punti cardine del programma («Per noi la soppressione dell’Imu e la restituzione dell’imposta sono la conditio sine qua non»), avvertendo che «il pericolo di un’intesa tra Pd e grillini esiste ancora », spiegando che adesso, con «una maggioranza larghissima », si potranno davvero «fare le riforme economiche e quelle istituzionali». E dunque «chi si prendesse la responsabilità di far fallire questo governo sarebbe punito dal voto, perché se fallisce Letta c’è solo il voto». Ma c’è di più. Perché il Cavaliere sembra vedere, in questa niente affatto scontata porta che si è spalancata, molte opportunità per se stesso e per il suo partito. La prima è la guida della Convenzione per le riforme, che dovrebbe nascere entro maggio dopo che ne avrà delineato la forma e i contenuti il ministro Quagliariello attorno a metà mese. L’organismo al quale Letta nel suo discorso ha dato grandissima importanza, parlandone anche come un’opportunità di «scongelamento » delle opposizioni, fa gola eccome al Cavaliere. Che sia parlando con i suoi che in pubblico ne ha rivendicato la conduzione per il suo partito. O, meglio, per se stesso. «Sarebbe bello se il presidente del Pdl fosse il capo della Convenzione», ha confessato ai suoi deputati. Per poi aggiungere che «forse non dovevamo lasciarci sfuggire che vorremmo guidarla noi ma sarebbe una cosa importante…». C’è chi giura che se Berlusconi si è fatto «sfuggire» la sua tentazione è perché la strategia è già in atto. Perché non solo vorrebbe davvero guidarla, ma avrebbe avuto anche qualche garanzia del poterlo fare. In pubblico era stato Bersani a «offrire» al Pdl la guida della commissione, ma nel quadro in cui il centrodestra sarebbe stato all’opposizione. Ora le cose sono molto diverse, alle Riforme c’è un ministro del Pdl e la linea scelta è stata quella del rinnovamento e del superamento dei vecchi steccati ma anche dei volti simbolo della Seconda Repubblica. Sembra quindi «difficile», ammettono i suoi fedelissimi, che il Pd ci stia, che le opposizioni non vengano coinvolte, che il risultato si possa ottenere anche se, nota Gasparri, «se nel Pd fossero intelligenti capirebbero che è la scelta giusta per impegnare Berlusconi nella riuscita delle riforme e per blindare il governo ». Per il Cavaliere poi la guida della Convenzione sarebbe un doppio «salvacondotto»: morale, perché ne farebbe il Calamandrei della Terza Repubblica, ma anche giudiziario, dicono i maliziosi, perché potrebbe essere usato spesso e volentieri il legittimo impedimento. Sì vedrà, magari alla fine la mossa potrebbe portare a un altro presidente gradito, come Amato. Ma sullo sfondo resta il grande problema della giustizia, dell’impatto che potrebbero avere le eventuali condanne Mediaset e Ruby sulla tenuta del governo, oltre che il vincolo dei risultati programmatici che sono tutti da verificare («Se a settembre rimettono l’Imu, il governo semplicemente salta» dice minaccioso Brunetta). Anche per questo continua il lavoro di avvicinamento ai centristi di Monti, con il quale il Cavaliere ha confermato di aver ripreso i contatti sia in vista di una «collaborazione importante » che si potrà avere al governo che in chiave di «alleanza futura». Una strada che non dispiacerebbe nemmeno al leader di Scelta civica, se è vero che ieri nella riunione con i suoi ha detto che sono cadute le pregiudiziali su un patto con Berlusconi, che «non è più tabù ». Una linea che non esalta i falchi, timorosi che «una nuova Dc» stia per nascere, con l’avamposto al governo dei moderati di Alfano, con il rinnovamento generazionale e la benedizione del Cavaliere. Un partito che taglierebbe ali estreme e volti noti, e che spaventa molti.

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