appaiono (davvero?) alle spalle. Non ci son più i mastini di una volta. Il pizzuto co-fondatore di Fratelli d’Italia, una volta, aveva addestrato un cagnone camerata e ardito di nome Schranz che, spiegava la sorella Emilia, «alla lettera “c” rizzava le orecchie, al “com…” aveva già i denti digrignanti e prima che ’Gnazio finisse la parola “comunisti” abbaiava già come un ossesso». Dall’altra parte, You- Tube trabocca di cani politically correct, ottimisti e di sinistra addestrati a mostrare le fauci al nome del Cavaliere. Ce n’è uno che sta quieto quieto se il padrone dice qualunque altra parola ma appena sente «Berlusconi!» dà di matto: grrrrrrr! Cambio di stagione. E a Montecitorio, là dove per un paio di decenni sono risuonati reciproci insulti volgari e sanguinosi, le parole di Enrico Letta vengono accolte con brusii di sospiroso consenso a destra e a sinistra. Scriveranno alcune agenzie che il discorso del neopremier «è stato interrotto da trenta applausi». Sarà. Ma non è esattamente così. Certo, appena ringrazia Napolitano per «lo straordinario spirito di dedizione alla nostra comunità nazionale con il quale ha accettato la rielezione» l’aula intera, tolti i pentastellati, esplode in un peana liberatorio. E così accade, con in più i battimani anche dei rappresentanti del M5S, quando nomina i carabinieri feriti l’altro giorno a Palazzo Chigi. Troppo spesso, però, da questa o quella parte dell’assemblea partono timidi «clap clap» che, restando malinconicamente isolati, si smorzano subito spiaggiandosi nel silenzio. Per tre volte, dopo avere raccolto applausi cavallereschi verso Pier Luigi Bersani perfino tra i banchi della destra per «la generosità e il senso antico della parola lealtà» con cui lo ha «sostenuto anche in questo difficile passaggio», Enrico Letta cerca di rendere l’onore a Mario Monti. Prima per «il grande sforzo di risanamento premessa della crescita» dato che «la disciplina della finanza pubblica era e resta indispensabile». Poi per l’«azione europea». E infine per «la buona gestione dei fondi europei». E per tre volte, fatta eccezione per i pochi parlamentari di Scelta Civica, gli applausi chiamati, fossero pure di cortesia, sono stati negati. Un silenzio assordante. Come quello che accoglie i passaggi sulla necessità di una sterzata: «Vorrei che questo Governo inaugurasse una fase nuova nella vita della Repubblica, non il canto del cigno di un sistema imploso sulle sue troppe degenerazioni, ma un primo impegno per la ricostruzione della politica e del nostro modo di percepirci come comunità. La ricostruzione, però, può partire solo da un esercizio autentico, non simulato, di autocritica. La verità è che la politica ha commesso troppi errori: si è erosa giorno dopo giorno la credibilità della politica e delle istituzioni, vittime di un “presentismo”, vale a dire dell’ossessione del consenso immediato che ha bloccato il Paese». Per non dire dei battimani molto tiepidini, a parte il plauso generoso dei grillini, sulla decisione di «eliminare con una norma d’urgenza lo stipendio dei ministri parlamentari che esiste da sempre in aggiunta alla loro indennità». O del gelo che accoglie la denuncia lettiana di come «tutte le leggi introdotte dal 1994 ad oggi» su rimborsi elettorali, «sono state ipocrite e fallimentari, non rimborsi ma finanziamento mascherato, per di più di ammontare decisamente troppo elevato, come la Corte dei conti ha recentemente confermato, due miliardi e mezzo di euro dal ’94 al 2012 a fronte di spese certificate di circa mezzo miliardo». Gelo ribaltato in un delirio da stadio quando il premier, citando quanto sia indispensabile «collegare il tema del finanziamento a quello della democrazia interna ai partiti», getta sale sulle ferite del MoVimento 5 Stelle. Ed è lì, in questi rovesciamenti di consensi, che vedi come siano radicalmente cambiate le alleanze ma restino uguali a se stessi i protagonisti obbligati dalla sorte a cambiare le parti in commedia. Ovvio. Ma ve le vedete diventare di colpo moderate e vagamente dorotee e votare un governo guidato da un «catto-comunista» certe pasionarie del berlusconismo spinto come Daniela Santanchè che da aspirante premier de La Destra strillava contro un paventato «inciucio Pd-Pdl, la scelta deprimente fra due supermercati che vendono lo stesso prodotto»? E ve li vedete i «franco-traditori » che affondarono Franco Marini e teorizzavano l’apertura ai grillini e tuonavano «mai e poi mai con Berlusconi » dare la loro fiducia a un esecutivo che ha come vicepremier quell’Angelino Alfano che diceva di essere «innamorato unilateralmente di Berlusconi »? Costretti a mettere da parte un armamentario di vent’anni di liti, scazzottate, insulti che vedevano i primi accusare i secondi d’essere «emuli di Goebbels» e i secondi accusare i primi di essere «figli di quella cultura comunista che in Cina usava i bambini come concime nei campi», i rappresentanti della destra e della sinistra fanno buon viso a cattivo gioco. Cercando ciascuno nelle parole del programma di governo (di qua la sospensione dell’Imu, di là gli esodati) le ragioni di una convivenza che in larga parte risulta agli uni e agli altri sgradevole. Se non indigesta. Dicono tutto il soffertissimo intervento di Stefano Fassina e una battuta di Giancarlo Galan all’uscita dall’aula: «Mai avrei immaginato di morire democristiano». Chi diccì era e diccì a modo suo è rimasto è Giuseppe Fioroni: «Lo dico da padre di quella “lodo Fioroni” sulla rinuncia agli ex ministri che ha permesso al governo di nascere: il Pd, dopo i toni trionfali della destra su alcune scelte, deve darsi in fretta un segretario perché qui, dopo la fiducia, ci sarà da battagliare giorno per giorno. Su tutto. E il segretario deve essere di sinistra. E se lo dico io…»

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