Il sorriso di Silvio Berlusconi dopo il discorso di Giorgio Napolitano ha tolto ogni dubbio: il Pdl darà il suo sostegno al “governo del presidente”. Chiarita la linea politica, anche il programma sembra all’improvviso più semplice da concordare. Il Giornale della famiglia Berlusconi ieri titolava: “Sì all’accordo, ma via l’Imu”. Ma adesso è il momento del pragmatismo: il capo dello Stato ha indicato come base del nuovo governo il lavoro dei “saggi”, in cui si ipotizza un ritocco dell’Imu ma non certo la sua abolizione. Men che meno la restituzione di quanto già pagato, come proponeva il Cavaliere in campagna elettorale, costerebbe tra i 4 e i 12 miliardi. “Si può però rivederne l’impatto, modulare soglie di esenzione”, dice un conciliante Pier Paolo Baretta, del Pd. Togliere un po’ di Imu sulla prima casa servirà a Berlusconi a poter offrire qualcosa al suo pubblico per tenerlo tranquillo mentre sostiene il governo (fino a quando converrà al Pdl). Il programma economico dei saggi, alcuni dei quali quasi certamente entreranno al governo (l’attuale ministro Enzo Moavero, il presidente dell’Istat Enrico Giovannini), in parte è attuabile subito con reciproca soddisfazione di Pd e Pdl: tra le prima cose da fare ci sarà il rifinanziamento con 2 miliardi del Fondo centrale di garanzia, che permetterà di far arrivare 30 miliardi di finanziamenti alle piccole imprese. E tutti sono favorevoli, almeno nell’immediato, a usare le poche risorse disponibili per dare bonus fiscali ai redditi bassi, secondo il principio cardine individuato dai saggi. Anche l’idea che alle imprese creditrici della Pubblica amministrazione vanno restituiti tutti i 90 miliardi di arretrati, e non soltanto i 40 programmati dal governo Monti, è condivisa. Più difficile capire come. Forse rinegoziando il rispetto del 3 per cento di deficit, argomento ora tabù ma destinato a emergere, vista la deroga ottenuta da Francia e Spagna. I mercati non saranno un problema: lo spread ieri è sceso a 282 punti, il minimo dal 2010. Gli investitori sanno che un governo di larghe intese non metterà a rischio i conti con misure espansive e comunque è meglio del caos. Ma la parte facile finisce qui. ANCHE NEL MIGLIOREdegli scenari, entro il 2013 ci sarà da fare una manovra da 8-10 miliardi. Il primo dossier del nuovo governo sarà questo. E non sarà piacevole. Mario Monti sta lasciando in eredità saldi di bilancio che rispettano i vincoli europei (anche pagando i 40 miliardi di arretrati il deficit nominale dovrebbe fermarsi sotto la soglia critica, al 2,9 per cento del Pil). Ma in quei saldi sono implicite decisioni politiche impopolari: dall’aumento dell’Iva di un punto a luglio, che vale 4 miliardi, all’entrata in vigore della nuova Tares sui rifiuti. Fino alla sessione di bilancio d’autunno in cui servirà una decisione esplicita del Parlamento per confermare l’Imu anche dopo il 2014. Se il documento dei saggi sarà rispettato, il Parlamento dovrà recuperare anche la delega fiscale che deve rimodulare 30 miliardi di euro di agevolazioni fiscali. Per ridurle, ovviamente Ognuno di questi passaggi metterà a rischio la tenuta della maggioranza. Per tutte queste ragioni la poltrona più importante e rischiosa del prossimo governo sarà quella di ministro dell’Economia. In via XX settembre serve una persona adatta per questa situazione complicata: è assai improbabile che ci torni Monti (quando era anche ministro non ha mai avuto feeling con la struttura ed è ormai inviso sia a Pd che a Pdl). L’ipotesi più probabile è quella di un ministro tecnico. I nomi che circolano sono quelli di Enrico Giovannini, ma anche di Fabrizio Saccomanni, direttore generale della Banca d’Italia. Il Partito democratico dovrebbe suggerire Pier Carlo Padoan, il capo economista dell’Ocse che sarebbe stato il prescelto in caso di governo Bersani.

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