Non era mai successo che un Presidente della Repubblica, davanti al Parlamento riunito in seduta comune a Montecitorio per il suo giuramento da capo dello Stato, pronunciasse parole durissime contro la classe politica inconcludente che si trova di fronte, ne ricevesse in cambio sentiti applausi e indicasse quindi loro la strada di un futuro governo e del programma che questo dovrà attuare, minacciando, nel caso, le proprie dimissioni. QUESTO È SUCCESSO ieri alla Camera dove, poco dopo le 17, Giorgio Napolitano è diventato il primo presidente della Repubblica riconfermato (più propriamente rieletto) al Quirinale. In un intervento di una quarantina di minuti, il capo dello Stato ha voluto per prima cosa motivare perchè ha accettato un reincarico che mette a “seria prova” le sue “forze”. E lo ha fatto partendo dal “drammatico allarme per il rischio ormai incombente di un avvitarsi del Parlamento in seduta comune nell’inconcludenza, nella impotenza ad adempiere al supremo compito costituzionale dell’elezione del capo dello Stato”. Giustifica la rielezione “non esclusa dal dettato costituzionale” ma la legittima solo per la situazione eccezionale che si è venuta a creare in Parlamento. Una situazione che, spiega, è figlia “di una lunga serie di omissioni e di guasti, di chiusure e di irresponsabilità”. Mentre il capo dello Stato ne enuncia “una rapida sintesi”, dai banchi del Pdl e del Pd, i gruppi politici che hanno governato, alternandosi, negli ultimi vent’anni, partono scrosci di applausi difficilmente comprensibili – alla fine del discorso se ne conteranno trentadue. Napolitano affonda: “Negli ultimi anni, a esigenze fondate e domande pressanti di riforma delle istituzioni e di rinnovamento della politica e dei partiti non si sono date soluzioni soddisfacenti”, e giù applausi. Poi prosegue: “Hanno finito per prevalere contrapposizioni, lentezze, esitazioni circa le scelte da compiere, calcoli di convenienza, tatticismi e strumentalismi. Ecco che cosa ha condannato alla sterilità o ad esiti minimalistici i confronti tra le forze politiche e i dibattiti in Parlamento”, e via altri applausi. Anche quelli di Silvio Berlusconi, entrato per la prima volta in Parlamento nel maggio del 1994 e uscitone solo per andare a Palazzo Chigi. Napolitano chiama “imperdo – nabile” la mancata riforma elettorale del 2005 e cita la raccomandazione della Consulta , rimasta inascoltata dal Parlamento sull’attribuzione del premio di maggioranza “senza che sia raggiunta una soglia minima di voti”. È stata questa legge a produrre, a suo avviso, “una gara accanita per la conquista dell’abnorme premio, il cui vincitore ha finito per non riuscire a governare una simile sovra-rappresentanza in Parlamento”. SULLA RIFORMA della legge elettorale, ricorda, aveva speso il proprio peso nella convinzione che le forze politiche modificassero quella legge. “Se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato in passato – afferma adesso rinforzato nel ruolo dalla debolezza di quella stessa politica – non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al Paese”. È un atto che dà intero il senso della fragilità dell’intera struttura politica. Fragilità che il capo dello Stato – anche questo è un passaggio unico – ritiene di dover colmare con un proprio governo e un programma, quello elaborato dai 10 saggi, che, “in sede politica” i partiti dovranno poi portare a conclusione. È questo il “cambiamento” che chiede Napolitano. E lo fa in un successivo affondo al segretario Pd Pier Luigi Bersani: “Volere il cambiamento, ciascuno interpretando a suo modo i consensi espressi dagli elettori, dice poco e non porta lontano se non ci si misura su problemi come quelli che ho citato e che sono stati di recente puntualizzati in modo obbiettivo, in modo non partigiano” (dai saggi). C’è poi l’urgenza di farlo, il governo. E il capo dello Stato ricorda che è lui a dover dare il mandato avendo per lume il solo articolo 94 della Costituzione: la successiva fiducia delle Camere. I gruppi che hanno chiesto il suo aiuto (Pd, Pdl, Scelta Civica e Lega), adesso devono lavorare assieme perchè le urne non hanno espresso un vincitore e “non si possono non fare i conti con i risultati complessivi delle elezioni”. È il tema che gli sta più a cuore. Prima aveva allargato il discorso anche ai Cinque Stelle. Ne aveva riconosciuto il successo elettorale e l’impe – gno alla Camera e al Senato. Aveva poi attaccato sulla “strada avventurosa e deviante della contrapposizione tra piazza e Parlamento”. E criticato anche l’uso della Rete che non garantisce “partecipazione realmente democratica” così come lo fanno “i partiti capaci di rinnovarsi”. I capigruppo M5S Crimi e Lombardi non apprezzano: “È stato un discorso politico, non è garante”, dicono. Del resto il disegno di “conver genze tra forze politiche diverse”, da decenni in “contrapposizione faziosa e aggressiva” è già sul piatto. Il nuovo Presidente non è arrivato “per prendere atto” dell’ingovernabilità. Spiega che sarà in carica “fino a quando la situazione del Paese e delle istituzioni” glielo suggerirà e “comunque le forze” glielo “consentiranno”. Servono almeno due anni.

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