Mi sono preso la mia rivincita ». Raccontano che, quando l’asticella dei voti per Romano Prodi si è fermata a quota 395, Silvio Berlusconi si sia messo ad esultare come nemmeno per il Milan. Lo spettro del Professore a un certo punto sembrava averepreso corpo, e l’idea di ritrovarsi Prodi al Quirinale metteva grande ansietà al Cavaliere, che infatti trascorreva la mattinata a trasmettere messaggi apocalittici circa l’«occu – pazione militare» tentata da Bersani che «viola la parola data » e che il Pdl «ostacolerà». Tutto scongiurato, invece, e con modalità che migliori non potevano essere. A scrutinio concluso, la gioia dell’ex premier è duplice: da una parte perché «Bersani e Prodi sono finiti » e dall’altra perché ormai è chiaro che «senza di noi non ce la fanno». La soddisfazione, però, è monca: con un Pd «inaffidabile » i cui vertici «non controllano nulla» ipotizzare convergenze per i prossimi scrutini si fa arduo. La possibilità che, tanto lo sbando dei Democratici, «schegge impazzite» del partito convergano su Rodotà è vista come esistente, ed avere schivato Prodi per ritrovarsi il candidato grillino sul colle più alto per il Cavaliere sarebbe un vero smacco. Così, dopo un pomeriggio trascorso sul velluto tra uscita dall’aula ed occupazione mediatica della piazza di Montecitorio, quando cala la sera per il Pdl arriva l’ora di esaminare il delicato dossier del “che fare”. Circa il quale le certezze di partenza sono due: l’asse col centro è saldo e, tanto il caos dall’altra parte, si aprono spazi per un’operazione che fino al giorno prima era semplicemente impensabile: proporre all’aula nomi scelti dal centrodestra. L’asse col centro passa per Palazzo Chigi, dove Berlusconi (accompagnato dal segretario Angelino Alfano) si reca a tarda sera per fare il punto con Mario Monti circa la candidatura di AnnaMaria Cancellieri. Trattasi di nome altamente votabile per Pdl e Lega, a patto però che non venga avanzato da Scelta civica (la cosa lo renderebbe una candidatura di bandiera montiana difficilmente sposabile) ma dal Pd. Le 78 preferenze (9 in più della consistenza nominale dei centristi) incassate ieri dal ministro dell’Interno paiono un buon viatico per agganciare settori del Pd – segnatamente popolari – in rotta con Bersani. In alternativa alla Cancellieri, si ragiona anche sul ministro della Giustizia Paola Severino. Sulla tenuta di Scelta civica nessuno mette la mano sul fuoco (vengono scrutate con un certo sospetto le mosse dei montezemoliani), ma tant’è. Anche perché nel Pdl ormai si ragiona su più tavoli: la convinzione che, visto lo stallo, l’idea di un Pdl che avanza delle proposte abbia smesso di essere un tabù si va rafforzando. Al termine dell’ultima riunione di giornata, due big del calibro di Renato Schifani e Maurizio Gasparri lo dicono apertamente. In merito, le scuole di pensiero sono due: quella hard di quanti insistono per presentare nomi indigeni (su tutti quelli di Gianni Letta o Beppe Pisanu) e quella soft – che pare essere maggioritaria – di quanti invece suggersicono di spendere l’aumentato peso del Pdl per rafforzare il nome scelto nella rosa originaria del Pd (quella Amato-Marini-D’Alema, per intendersi) e provare a far convergere il Pd su quello. Il fatto che su tutti e tre nomi in questione, tuttavia, nessuno nel Pd sembri in grado di garantire il sostegno di nessuno complica le cose. La serata prosegue col blitz alla cena elettorale organizzata dal candidato sindaco di Roma del Pdl Gianni Alemanno. Nemmeno il tempo di entrare che arriva la notizia delle dimissioni di Bersani: quando il Cavaliere annuncia all’uditorio la lieta novella, l’ovazione fa tremare i vetri. Al di là di questo, tuttavia, il Cavaliere sa che questi sviluppi in casa Democratica complicano il quadro. Pertanto, freno a mano tirato: «Domani speriamo che ilPd torni ad una volontà di condivisione: voteremo qualunque candidato presidente che possa portare a un’ipotesi di governo condiviso». L’orientamento del partito è di votare scheda bianca al primo scrutinio di oggi, poi si vedrà.

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