«Stefano Rodotà ha ottant’anni ed è fuori dal giro da un po’, ma alla notizia della candidaturaha fatto i salti e ha detto: “Sono a disposizione”. È troppo vecchio? Forse, ma noi sosteniamo lui». Conl’investitura di BeppeGrillo dopo la prevedibile anche se sofferta rinuncia alla candidatura al Quirinale di Milena Gabanelli prima, di Gino Strada (secondo il classifica poi), uno dopo l’altro cadono i tabù del Movimento 5 Stelle, e dopo aver designato la giornalista, esponente di una «casta» odiata, incorona il giurista ed ex presidente dell’Autorità garante della privacy, parlamentare per quattro legislature con Sinistra indipendente e Pds. Un altro dei vecchi bersagli del leader, che proprio Rodotà aveva citato come esempio negativo in un post del luglio2010 sulle pensioni d’oro. Tre anni dopo, il giudizio è cambiato: «Noi insisteremo su Rodotà, ma secondo me sarà Amato» è il pronostico di Grillo sull’accordo Pd-Pdl, nel giorno in cui dal suo blog prende di nuovo di mira il segretario Pd Pier Luigi Bersani, accusato di avere «ignorato i nomi proposti dal movimento» e di aver contrapposto al referendum online sul nome del capo dello Stato le «Berlusconiarie»: «I votanti erano due: lui e lo psiconano. Sono stati scelti D’Alema, il principe dell’inciucio, e Amato, l’ex tesoriere di Craxi, due personaggi di garanzia giudiziaria al posto di una figura di garanzia istituzionale » scrive Grillo prima che nel tam-tam politico cresca il nome di Franco Marini. «Per Bersani è il suicidio della Repubblica e solo lui ne sarà responsabile. Finora questo signore ci ha chiesto solo il voto per un governo Bersani per farsi i cazzi suoi. Non ha risposto alla richiesta di rinunciare al 46 milioni di finanziamento elettorale, non ha fatto una piega su una proposta congiunta di incandidabilità di Berlusconi, né la legge sul conflitto di interessi». È sera quando chiude le porte al confronto sui nomi: «I confronti si fanno sul programma, devono venire sul nostro programma» dice da Maniago, durante il tour elettorale nel Friuli Venezia Giulia. Ma il nome dell’ex premier Romano Prodi, che l’ideologo Paolo Becchi definisce «una provocazione per danneggiare il movimento» continua ad aleggiare nell’aria. «Forse non è neanche lui la figura che serve al Paese» commenta Grillo, ma il capogruppo al Senato Vito Crimi non esclude la possibilità di una virata dell’ultima ora per evitare candidati più indigesti: «Se si arrivasse a lui lo voterei» dice, alludendo alla necessità di consultare la rete per la decisione finale. A fine giornata questo è l’orientamento di senatori e deputati: Rodotà alle prime tre votazioni, quindi la parola potrebbe tornare alla rete per evitare trappole, ma con tempi strettissimi. Il movimento intanto è alle prese con una grana interna: Crimi annuncia che proporrà l’espulsione del senatore Marino Mastrangeli, “reo” di essere stato ospite della trasmissione di Barbara D’Urso

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