Non c’è alcuna apertura al Pd», fa sapereBeppeGrillo in tour dal Friuli. Una precisazione d’ob – bligo, giunta a tarda sera, dopo l’esito non scontato delle Quirinarie del Movimento Cinquestelle. Prima classificata Milena Gabanelli (ironia della sorte proprio unagiornalista, appartenente alla categoria forse più odiata dai grillini), secondo Gino Strada, terzo Stefano Rodotà, quarto Gustavo Zagrebelsky; solo penultimo Romano Prodi, l’ex premier ulivista che, se scelto dalla galassia grillina per il Colle, avrebbe dato il via libera per l’inciucione Pd-M5S e risolto tanti guai a Pier Luigi Bersani e compagni. Non è detto, però, che l’accor – do non si verifichi lo stesso. Ovviamente, il papa ligure smentisce qualunque apertura a Gargamella e anzi lo provoca con strategia da politico navigato: «Bersani voti la Gabanelli e poi chissà. Collaboreremo ». Un ballon d’essai utile per scatenare ulteriori mal di pancia al Nazareno, quartier generale dei democratici («niente bandierine ») e per ribadire ancora una volta che il MoVimento non intende cedere. Per le prime tre votazioni, infatti, non ci sono santi: i parlamentari grillini voteranno il loro candidato al Quirinale uscito dalla consultazione on line sul sito del M5S. Dalla quarta, però, si vedrà. Tanto più che Milena Gabanelli, pur dicendosi «commossa » e «sopravvalutata» per l’ampio consenso ricevuto, non ha ancora sciolto la riserva. Accetterà o no di essere presentata in Aula da domani quale presidente della Repubblica? «Non ho le competenze, ma ci penso stanotte, poi te lo dico», ha risposto la conduttrice di Report a domanda diretta del collega di Raitre, Giovanni Floris. E dunque tocca aspettare. Ma intanto si scaldano il secondo e soprattutto il terzo classificato. Perché se di inciuci si parla, allora è senz’altro Rodotà il nome che meglio può avvicinare i grillini al Partito democratico. Il comico genovese lo sa e infatti lo cita espressamente nel suo comizio nel Vajont («è perfetto, spendibile dalla sinistra. Allora perché no? Gli effetti della proposta si vedranno presto»), consapevole che il fondatore di Emergency preferisce fare il medico nelle zone di guerra, e che invece il prof di Diritto civile e costituzionale non si tirerebbe indietro di fronte all’invi – to di salire al Colle da presidente. Un po’ perché a dargli man forte non ci sono solo i pentastellati che lo hanno votato, ma anche una truppa di intellettuali di sinistra che avrebbero sottoscritto un manifesto pro-Rodotà al Colle. Insomma, dal quarto scrutinio, quando basta la maggioranza assoluta per eleggere il presidente della Repubblica, tutto può succedere: se Pd, Sel e M5S convergono su Rodotà (e oggi si vedranno i capigruppo con la rosa dei nomi) allora per l’ex garante della Privacy è fatta. Fino a sera i grillini ne hanno discusso in un’assemblea congiunta Camera-Senato. Una riunione (senza streaming) che ha messo in luce le divisioni del gruppo com’èavvenuto al Senato per Grasso. Peccato che l’uomo che oggi i grillini acclamano per il dopo Napolitano sia stato in passato duramente bacchettato da Grillo. Addirittura inserito dal comico- moralizzatore nel girone dei «maledetti dalla pensione d’oro». I vecchi post di Grillo non mentono. L’accademico che ha riscosso tanto successo alle Quirinarie, eletto per la prima volta a Montecitorio nel1979 comeindipendente nelle liste del Pci, è finito nel mirino di Beppe dal 2010. Il leader 5 Stelle lo ha inserito, infatti, insieme a Veltroni, Nicola Mancino, Eugenio Scalfari, Rosa Russo Jervolino, Sgarbi ed altri, nell’elenco dei maggiori privilegiati della Casta dei politici e non è certo stato tenero con lui. «Intollerabile » viene definito da Grillo l’assegno di fine mandato, pari a 8.455 euro, incassato ogni mese dall’ex Garante, deputato per quattro legislature, fino al ’94. Eppure, adesso, per Grillo, che ha come obiettivo primario «la legge sull’incandidabilità dell’uomo di cera» e provoca il Pd affinché accetti, anche l’assegno maledetto sembra un lontano ricordo.

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