Forse nemmeno Pierluigi Bersani sa più a che gioco stia giocando. Non bastava il clamoroso flop durante l’incarico da esploratore che generosamente gli aveva affidato Giorgio Napolitano. Il segretario del Pd si è smarrito anche sulla via del Quirinale. Non sa più che pesci prendere, perché ne ha ascoltate troppe. Sente su di sé continue pressioni, interne al partito, nei colloqui con gli atri gruppi parlamentari, persino dall’esterno. Sembra ostaggio dei giochetti di Beppe Grillo, che se lo rigira fra le mani come un pupazzetto. Un’ora gli fa assaporare il gusto del grande accordo su Romano Prodi, un’ora dopo quell’intesa è già cenere. Troppe pressioni sul povero Bersani, che lunedì è sembrato smarrito anche ad Andrea Olivero, il coordinatore di Scelta civica che di fatto in queste ore sta facendo il pontiere fra Pd e Pdl. «Cosa vuole Berlusconi?», ha sospirato con lui il povero Bersani, «e chi lo sa? Giuliano Amato? Sinceramente ho trovato il centrodestra freddino su Amato». Annotazione che ieri è già filtrata nelle fila dei gruppi parlamentari e tradotta in un assai più netto: «Il Cavalierenonvuole Amato. Punta su Romano Prodi, perché così litigherebbero tutti e si andrebbe immediatamente al voto, che è l’ipotesi più accarezzata da Berlusconi». Non è così, e semmai è vero il contrario: con i suoi Berlusconi non fa che parlare bene di Amato. I problemi nel centrodestra su quella candidatura nascono semmai dalla Lega e in parte da Fratelli d’Italia. Però il povero Bersani oggi oscilla anche per un piccolo spiffero, figurarsi cosa provoca in lui la ridda di voci e maldicenze che filtra dal Palazzo. Come non bastassero quelle voci e gli interventi a gamba tesa all’interno stesso del Pd (Matteo Renzi vs Franco Marini e Anna Finocchiaro, Dario Franceschini vs Bersani e lo stesso Renzi, Walter Veltroni che gioca una partita in proprio), sul Pd spingono anche le lobby esterne. Una tradizionale, quella del partito radicalazionista che fa riferimento al quotidiano Repubblica, e che nelle ultime ore ha scelto nel cilindro di Bersani la candidatura di Sabino Cassese, attuale giudice della Corte Costituzionale. Quel nome non dispiace a Veltroni, che da giorni vaticina «scelte a sorpresa». L’altro fronte di pressione – assai più serio – è quello delle cancellerie internazionali: Washington, Berlino, Parigi etc… Da lì non è venuta una indicazione secca su un nome, ma una richiesta imperativa: «In queste condizioni l’Italia ci dia un presidente che già conosciamo ». Traduzione? Una terna chiara nel toto-nomine: «Amato, Prodi e Massimo D’Alema». Tutti e tre sono coperti su questo fronte, e nelle ultime settimane hanno aumentato con viaggi e incontri personali quel gradimento. E allora? Solo a tarda sera ieri alla fine Bersani ha elaborato non una terna, ma una quaterna da fare arrivare al Pdl (possibile che oggi senza preavviso sia lui stesso a comunicarla a Berlusconi). Nelmazzo non ci sarà il nome di Prodi, perché dopo il comizio barese del Cavaliere il suo inserimento sarebbe sembrato una provocazione. Ecco la quaterna di Bersani: Marini, Amato, D’Alema e Anna Finocchiaro. Più o meno tutti e quattro i nomi provocherebbero qualche maldipancia interno al Pd, armando le munizioni dei franchi tiratori. Il segretario del Pd però i suoi calcoli se li è fatti. Se va in porto l’accordo con Berlusconi, ci starà anche Monti. Tutti insieme hanno sulla carta 838 voti: 166 di vantaggio sui 672 necessari per eleggere il Capo dello Stato nelle prime tre votazioni, che si terranno giovedì (la prima alle 10, la seconda probabilmente nel pomeriggio) e venerdì mattina. Per quanto ci siano maldipancia, 166 franchi tiratori sono davvero tanti. Qualche rischio in più ha Amato, vista l’ostilità manifesta di parte del centrodestra. Anche D’Ale – ma rischia franchi tiratori interni al Pd, assai meno nel centrodestra. Però 166 franchi tiratori su 498 sono davvero una enormità, e non bastano gli ex popolari che lo farebbero per spianare la strada a Marini. Tanto più se Renzi e i suoi (come assicurato nell’incontro faccia a faccia) non si metteranno di traverso. Finocchiaro e Marini potrebbero incontrare l’ostilità dei renziani, ma avrebbero ancora 100 votidi vantaggio su quei franchi tiratori. Entrambi però non sarebbero gran viatico per le cancellerie internazionali: avrebbero bisogno di qualcuno che si faccia garante per loro e che ne spieghi i profili impegnandosi per giorni e giorni. Via scivolosa per Bersani. Ieri sera dunque nel mazzo del segretario il fiore che aveva più possibilità di farcela era proprio quello di D’Alema. Fuori mazzo resta però il candidato più insidioso: Prodi. Una parte consistente del centrosinistra lo vorrebbe e comunque se nessuno ce la fa ai primi tre turni, dal quarto in poi lo voterebbe. Con tre fumate nere, venerdì sera diventerebbero decisive le scelte dei gruppi parlamentari a 5 stelle. Se una parte di loro iniziasse a votare Prodi, la strada sarebbe spianata per il fondatore dell’Ulivo e Berlusconi finirebbe inevitabilmente fuori dai giochi. Bersani lo sa, e sa anche che questa prospettiva sarà il vero fantasma durante le prime tre votazioni. Che rischia di mandare gambe all’aria il segretario del Pd e qualsiasi possibilità che questa legislatura nasca.

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