Per capire questa piccola storia di vita parlamentare bisogna tornare alla Prima Repubblica. Era il 1993, il vecchio pentapartito agonizzava e arrivò, provvidenziale, una bella delibera. Nacque così quello che oggi si chiama, in gergo, “al – legato A”: una lista di ex dipendenti dei gruppi parlamentari di Dc, Psi e via dicendo – attual – mente sono 159 tra Camera e Senato – che ha lo stipendio garantito dal Parlamento pur non essendo assunta a tempo indeterminato e non avendo fatto alcun concorso (tra i gruppi parlamentari e il loro personale c’è un rapporto di tipo privatistico). PER GLI “ALLEGATO A” è come se il tempo non fosse mai passato: grazie a quel testo del lontano 1993, poi prorogato in tutte le successive legislature (compresa questa), la Prima Repubblica è ancora viva e lotta insieme a noi sotto forma di contratti che obbligatoriamente devono essere onorati (lo stipendio è comunque garantito). Per far almeno lavorate i fortunati, i gruppi parlamentari hanno l’obbligo di assumere questi dipendenti/ non dipendenti secondo una distribuzione percentuale, pena una decurtazione dei fondi che gli vengono attribuiti: in questa legislatura si parla di una penale da 65mila euro alla Camera, mentre in Senato la cifra dovrebbe essere un po’ più alta. Risultato: i gruppi si ritrovano spesso ad avere più personale di quanto ne debbano avere. Pietro Ichino, che dalla scorsa legislatura combatte una battaglia solitaria su questa vicenda, nel giugno 2011 intervenì nell’aula di palazzo Madama dando un’idea della situazione: “Il Pdl dovrebbe, in base al numero dei propri senatori (131), secondo la regola generale disporre di 21 dipendenti e ne ha invece 30; il Pd, 106 senatori, dovrebbe disporre di18 dipendenti e ne ha invece 24”. Giù così fino al gruppo Misto, dove vengono obbligatoriamente riassorbiti tutti gli “Allegato A” che non abbiano trovato altra sistemazione: “Composto da 21 senatori, dovrebbe disporre di 8 dipendenti e ne ha invece 21”. Corollario: c’è gente che ha un lavoro ma niente da fare. E si limita a ritirare lo stipendio. AI FORTUNATI di cui sopra, poi, si deve poi aggiungere un’altra lista di inferiore qualità, quello che alla Camera è noto come “Allegato B”: si tratta di 400 nomi circa – dentro c’è un po’ tutto, dalle segretarie agli ex parlamentari (Giorgio Stracquadanio) ai sottosegretari (Gianfranco Polillo) – che vengono indicati dai gruppi alla fine della legislatura, ma che hanno in realtà pochissime tutele. Il loro stipendio non è garantito e quelli quasi certi del posto sono solo 109: la penale infatti (che nel loro caso è di 30mila euro) scatta quando non si assume almeno un dipendente della lista ogni sei deputati. Il gruppo M5S ad esempio – che s’è molto lamentato per questo – a Montecitorio ha un contributo unico annuo di circa 5,5 milioni. Se non assumesse le 17 persone dell’Allegato A e le 19 del B che gli sono state assegnate con delibera del 10 aprile, perderebbe circa 1,7 milioni. A TENTARE di bloccare questo andazzo, alla fine, è rimasto il solito Ichino (nel frattempo passato dal Pd a Scelta civica): “Un collega 5 Stelle mi ha detto: ‘Non si può lasciare la gente in mezzo alla strada’. Ma tra il mettere la gente sulla strada da un giorno all’altro e garantirle lo stipendio a vita anche senza lavoro le alternative non mancano. Camera e Senato ben potevano in passato e tuttora potrebbero, per esempio, garantire a ciascuno di questi un robusto trattamento complementare di disoccupazione, anche per due anni, e accompagnarlo con un buon servizio di outplacement, e magari anche con un premio per il datore di lavoro disposto ad assumerli. Sarebbe ancora un trattamento di gran privilegio, ma costerebbe al contribuente comunque molto meno”. C’è il problema, però, che esiste già una giurisprudenza in materia ed è favorevole ai lavoratori fino in Cassazione: per evitare contenzioso – e pure che il presidente o il tesoriere del Misto rispondano con soldi loro dei risarcimenti – la Prima Repubblica continua a sopravvivere.

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