Più che politica la questione si fa psicoanalitica. Il Partito democratico è sull’orlo di una autentica crisi di nervi e prima della scissione, imprevista ma non inattesa, c’è da fare i conti con il giovanotto che dovrebbe rappresentare il futuro del Pd e che Barbara Pollastrini definisce il protagonista indiscutibile di posizioni di “sgraziata villanìa”. “Arrogante, indecente, qualunquista, irresponsabile. E ora pure miserabile”. Questa è la voce di Francesco Bonifazi, lato Matteo Renzi. Prima di arrivare al miserabile, il clou dell’offesa difensiva, il colpo dritto elargito con espressivo disgusto da Anna Finocchiaro, fermiamoci un attimo a definire i clan che compongono il partito democratico. LARGO del Nazareno, dieci del mattino, il segretario ancora non si è visto e non sembra che verrà. Corridoi vuoti e una cupezza così densa da oscurare il chiarore della luce che anche oggi abbaglia Roma. La porta da cui si entra è una sola, ma sedie e finestre, balconcini e terrazze sono metri quadrati dati in usufrutto da una compagine societaria variegata e caotica, a volte nemica, sicuramente ostile. Alle assemblee dei gruppi parlamentari ciascuno siede nella poltrona di competenza: i renziani in alto a sinistra, i lettiani poco più in basso, Rosy Bindi a destra, bersaniani al centro. Sei correnti, forse sette, ermeticamente distinte, organizzate secondo un sistema di autogestione. Quelli di Renzi, secondo le news, hanno da versare due assegni: il primo è al partito (duemila euro mensili) il secondo alla Fondazione del sindaco di Firenze (mille euro). Si muovono in gruppo. Veloci, convinti che Renzi li porterà alla vittoria. Una sessantina, tra deputati e senatori. Un partito nel partito, un feudo triste dove tutti i nominati sono espressione di uno. Speculari a quegli altri. Sì, vero, tanti giovani e tanto ricambio da una parte e dall’altra. Ma tutti, tranne rarissime eccezioni, frutto di una selezione “fe – deltà”. Se i renziani cantano in coro, i bersaniani sono organizzati secondo strutture di tipo militare e non esiste un ufficio, uno solo del partito che sia comune, condiviso e solidale. Niente è lasciato al caso, tutto alla lottizzazione. Siamo al partito doppio già ora, senza che la scissione sia formalizzata e senza che altre cattive intenzioni e cattive parole rendano ancora più cruenta una giornata da cerchiare di rosso, colore questa volta della vergogna. Bersani, volendo rattoppare, riuscirà a dire, in conclusione di giornata: “Facciamo cinema ma poi, al momento decisivo, le cose si fanno, le decisioni si prendono”. Facciamo cinema? “Renzi ci vuole cacciare a calci in culo, del partito non sa che farsene”. Questo è il punto, il pericolo vero del quale si fanno portavoce i giovani turchi, ala sinistra del Pd. Sarà stato per legittima difesa dalla catastrofe in arrivo che Anna Finocchiaro, screditata da Renzi alla tv del Cavaliere grazie alle foto che un giornale del Cavaliere (Chi) aveva rese pubbliche: lei all’Ikea e la scorta a fare “da carrello umano”. BRUCIATA sull’altare dell’anticasta. Lei ha assestato un colpo apocalittico, forte al punto da fare sbandare Renzi: il suo tono e quelle parole sono “miserabili”. Non è in gioco la letteratura, non siamo a Victor Hugo, ma alla considerazione che il sindaco di Firenze abbia usato la più consumata propaganda berlusconiana (ricordate i calzini del giudice Mesiano immortalati e trasmessi in tv a riprova del suo scarso equilibrio estetico, dunque etico?) per metterla fuori gioco. Quel “miserabile” ieri è apparso un urlo collettivo, una prova comune di forza (o di debolezza), e la constatazione che le strade siano irrimediabilmente divise. “Offensi – vo” gli dice anche Franco Marini, l’altro candidato al Quirinale bollato come “unfit”, inadatto da Renzi. Come si fa e dove mai si arriverà? Mancano due giorni al voto in Parlamento e questa tristissima gara degli insulti elimina, come birilli, i candidati possibili alla successione di Napolitano. Finocchiaro è fuori, Marini è fuori. Non è ancora fuori Massimo D’Alema, finora tenuto al riparo dalle botte, non Giuliano Amato, nome di coagulo con il Popolo della libertà se mai l’intesa con il Pdl dovesse ritenersi, come oggi è, l’unica praticabile. A Parma alla Festa dei Barilla ieri Renzi ha visto Berlusconi e certamente il consulto ha avuto oggetto la sfida più impegnativa. Certo, c’è l’eventualità di Romano Prodi, nome di potenziale espressione grillina. Ma sembra un orizzonte lontano. Due giorni dal voto e la casa brucia, ceneri dappertutto. “Sono amareggiato per i toni, ricevo insulti di continuo”, si difende Renzi. La discesa all’inferno è iniziata. La senatrice Francesca Puglisi lo chiama “cecchino”, Pollastrini lo definisce “villano”. È il cinema di cui parla Bersani. Film triste dal finale annunciato.

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