Sono tre i nomi ai quali è intubato il Partito democratico. Due uomini, Stefano Rodotà e Romano Prodi, e una donna, Anna Finocchiaro. Il trittico della speranza e della rinascita oppure dell’inciucio, a seconda del punto dell’osservazione. Per descrivere il gioco ad incastro dentro il quale si sceglierà il nuovo designato al Quirinale, centro di gravità del potere italiano, bisogna affidarsi alla confessione di un dirigente di largo del Nazareno, attento e informato, circa gli incubi e i sogni che Pier Luigi Bersani – il conduttore del gioco che assomiglia a un thriller – sta vivendo in queste ore. Avanza la richiesta dell’anonimato insieme a un bitter a un tavolino di piazza Navona, oggi assolata e calda come fosse luglio. “Ci stiamo orientando verso il nome di Anna Finocchiaro. È donna, ha un profilo politico limpido e sarebbe capace di raccogliere un voto largo come chiede la logica delle cose”. Ma il vostro Matteo Renzi dice che è unfit, inadatta (a sera, al Tg5, la bollerà come il simbolo della Casta: ritratta all’Ikea con la scorta che le faceva da carrello umano. E benservito anche a Marini). “Ricordi che il gruppo dirigente del Pd percepisce le idee e i diktat di Renzi come la convinzione che si debba procedere esattamente sulla strada opposta a quella da lui avanzata”. LUI VUOLE le elezioni subito. “E con Anna al Quirinale se le sognerebbe. Ottimo motivo per votare lei da parte nostra. Come sa nessuno di noi vuole le elezioni e il presidente della Repubblica verrà scelto nella funzione di garanzia da questo pericolo”. Allora è Finocchiaro. “Questa scelta non ci evita problemi però”. Primo problema. “Il nome è stato valutato prima della manifestazione-intimidazione di Bari. Il nostro popolo ha sentito le parole di Berlusconi come una minaccia, e non comprenderebbe perchè dovremmo condividere una scelta con il Popolo della libertà quando sul piatto della bilancia c’è quello del fondatore del Pd, Presidente del Consiglio e Presidente della commissione europea. Profilo altissimo”. Infatti avrete un gran bel daffare a dirgli di no. “Il paradosso è che ce lo propone Grillo e noi difficilmente potremmo sottrarci, se le votazioni proseguissero oltre la terza. Il nome di Prodi era anzi di Bersani fino a qualche tempo fa. L’idea che salisse al Quirinale e affidasse al nostro segretario l’incarico”. L’incarico bis. E se Bersani facesse un flop bis? “Ecco, fino a quindici giorni fa c’era la valutazione che dopo Bersani esistevano solo le urne. Ma il tempo passa, le ragioni e anche le convinzioni cambiano”. Adesso è Renzi a chiedere il voto. “E noi no, non più. E da Finocchiaro potremmo avere quel che Prodi non ci può dare. Un governo comunque. Perchè una novità c’è: Pier Luigi è disponibile ora a valutare l’ipotesi di un esecutivo presieduto da un altro. Naturalmente del Pd, con un profilo politico netto ma senza il peso di un inciucio dichiarato. Una figura come Enrico Letta, per esempio, potrebbe vestire di larghe intese un governo sotto l’egida del nuovo presidente. L’importante, come vede, è che si dia all’Italia un futuro e non la si conduca alle urne. Votando Prodi ci consegneremmo al caotico mondo grillino che, sicuramente, se la darebbe a gambe nel momento in cui gli dovessimo chiedere la fiducia per far partire un governo, anche non guidato da Bersani. È questo il nostro dramma, e insieme la nostra paura. Come fare a schivare Prodi?”. ECCO IL PUNTO: Anna Finocchiaro, al di là della sua figura, consegnerebbe all’Italia un inciucio, quand’anche espresso nelle modalità più morigerate. Prodi salverebbe la ditta ma condurrebbe il Paese diritto al voto, “a meno che non garan- 630 deputati, 319 senatori, 58 delegati regionali. Quindi nei primi tre voti per poter arrivare al Quirinale serviranno 671 preferenze, poi 504. Sulla carta il centrosinistra dispone di 118 senatori, 339 deputati, 28 delegati (totale 485). Il centrodestra può contare su 117 senatori, 126 deputati e 27 delegati regionali (totale 270). Il M5S avrà 162 parlamentari; Scelta civica 21 senatori, 46 deputati, più 4 del Maie (italiani all’estero), più due delegati dell’Udc (totale 73). Le minoranze linguistiche avranno 12 elettori. Il quadro si completa con i tre senatori a vita Andreotti, Colombo e Ciampi (Monti è iscritto con Scelta civica); con il deputato eletto con il Centro democratico ma iscritto nel Misto Franco Bruno e con la senatrice Giovanna Mongili, eletta con i 5 Stelle, iscritta al Misto e ancora in carica dopo che l’Aula ne ha respinto le dimissioni. tisca l’adesione dei cinque stelle a un esecutivo di cambiamento. Lui ha la forza ma si deve spendere”. Ufficialmente Prodi si mostra recalcitrante, “non ci si candida in ruoli come questi”, dice. “Tutti lo dicono, in politica sono clausole di stile”. Se i due nomi vi fanno ballare di paura e giungesse al voto, magari in prima battuta, Stefano Rodotà? Il movimento di Grillo potrebbe sceglierlo come sua bandiera ma è una personalità politica vostra, dentro alla storia del vostro partito. “Sarebbe una sorpresa spiaz zante e per noi imbarazzante. Come potremmo dire di no a lui vedendo che i voti ci sarebbero? E il suo profilo si muove sul versante di un cambiamento profondo dello stile della politica. Non nego che la proposta avrebbe il suo fascino e rischierebbe di azzerare le altre opzioni in campo. Per molti, compreso il sottoscritto, sarebbe una fortuna. Per altri, e molti dentro il Pd, un problema. Ma l’outsider Rodotà è più che una idea. È una insidia per alcuni, una sfida per tutti gli altri. Aggiorniamoci a domani”.

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