Nel Partito democratico, mentre l’attuale gruppo dirigente si arrovella se e come far digerire alla base l’accordo politico con Silvio Berlusconi, una rara parola di chiarezza arriva dall’astro nascente Fabrizio Barca che, giorno dopo giorno, vede aumentare l’esposizione mediatica: «Io, un’alternativa a Renzi? Sarebbe veramente pretestuoso dire ciò non avendo ancora detto le mie intenzioni in modo articolato». Tuttavia, aggiunge il ministro della Coesione territoriale del governo Monti, in carica per gli affari correnti, «non ambisco a fare il segretario del Pd, ambisco a essere nel gruppo dirigente…. ». E ancora, andando al punto, «il Pd, la sinistra e Sel hanno bisogno di fare squadra ». L’economista Barca—figlio del senatore Luciano Barca, che ebbe un ruolo di primissimo piano nel Pci a fianco di Enrico Berlinguer — è stato intervistato su RaiTre da Lucia Annunziata, che gli ha chiesto: «Non ha paura di entrare in un partito che da anni distrugge i propri dirigenti? ». Risposta: «Io ho una piccola fortuna… Ho fatto esperienza anche come ministro, ho fatto tante cose, se anche faccio una cosa che va male al massimo è andata male…». Invece, sulla formula di governo, con o senza l’appoggio del Cavaliere, Barca gira intorno al nodo delle alleanze: «Serve il superamento di due cose. L’idea tecnocratica, cioè pensare che “il cosa fare lo sappiano 15-20 persone”, e l’altra secondo la quale “ormai siamo in un mondo in cui tutti sanno cosa fare e veniamo convocati tutti davanti a un computer per fare un referendum ». La terza via, argomenta il ministro, è riformare i partiti: «Perché sono il crogiuolo dove i bisogni delle persone, e soprattutto le soluzioni, arrivano a una decisione». Dunque sulla scia del ministro Barca, ora si fa sentire la sinistra del Pd, quella tentata di dire addio a chi — come Dario Franceschini—chiede di varare un «governo di transizione» anche con l’appoggio di Berlusconi. Comincia Matteo Orfini: «Voglio dire a Dario Franceschini e a Roberto Speranza (capogruppo bersaniano che, con la sua intervista al Corriere, non ha sbattuto la porta in faccia al suo predecessore, ndr) che ci si confronta con tutti, ma in maggioranza con chi l’ha distrutta non si salva l’Italia». E comunque avverte: «Se cambia qualcosa rispetto a un governo per il cambiamento bisogna fare una Direzione». Va oltre Laura Puppato che spera ancora nel M5S: «Un governo programmatico con il Pdl sarebbe rovinoso». Per il cattolico Beppe Fioroni fa male la ferita aperta da Matteo Renzi, che ha chiesto di scegliere subito tra l’accordo con i Pdl e il voto: «Quello di Renzi è un intervento a gamba tesa». Di diverso avviso Nicola Latorre: «Poiché Grillo ha scelto di non utilizzare i suoi voti per il governo ne consegue che centrosinistra e centrodestra sono obbligati a trovare un’intesa. Non è inciucio ma senso di responsabilità. Oppure si va a nuove elezioni». Il voto, però, non è una soluzione praticabile per il capogruppo al Senato Luigi Zanda: «Se dovessimo tornare a votare si riproporrebbe l’attuale stallo». Mentre il governatore Nicola Zingaretti, nel giorno delle primarie per il Campidoglio, ricorda al suo partito che «nel Lazio il Pd ha vinto: ho spostato su di noi 300 mila voti, il 12% dell’elettorato». Ma sabato 13—lo stesso giorno in cui il Cavaliere parlerà a Bari— il segretario Pier Luigi Bersani porterà il Pd nelle piazze delle periferie romane, con due parole d’ordine: «Contro la povertà, per un governo del cambiamento ».

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