Il Sacro prato è quello di sempre: una padella di fango. Di diverso c’è tutto il resto. Il clima nervoso, il basso continuo della tensione indotta dallo scontro. Eppure, se qualcuno sperava davvero che il raduno di ieri potesse rappresentare la testata dell’ariete che disarciona Roberto Maroni, ha sbagliato i suoi conti. Umberto Bossi, il padre fondatore a cui dicono di rifarsi tutti i nemici del nuovo corso nordista, ha deciso di non mettersi alla testa degli scontenti. Chiede il congresso per il Veneto, certo. E promette alla base che sarà ascoltata. Ma avvisa: «Io ho fatto la Lega non per romperla. Niente insulti, niente fischi, non fate felice la canaglia romana ». Per tutti, è la svolta. Per Roberto Maroni, meglio ancora: è musica d’arpa. E infatti, raggiunge Bossi sul palco e lo abbraccia con slancio genuino. Poi, i due confabulano per qualche minuto: «Ma se sperate di sapere che cosa ci siamo detti —dice il neo governatore lombardo ai giornalisti – potete scordarvelo». Poco prima, dal palco, aveva rilasciato un gigantesco respiro di sollievo: «Eccoci qua, abbiamo smentito i gufi che volevano la Lega divisa. Andate tutti a quel paese, giornalisti di regime, noi siamo tutti qui per il nostro progetto: prima il Nord». Eppure, fino a poche ore prima il clima era di piombo, lo stesso colore del cielo sopra alla cittadina del giuramento. I sedicenti bossiani, in realtà un drappello piuttosto sparuto, hanno confezionato alcuni striscioni («Umberto Bossi la Lega sei tu») e soprattutto fanno circolare un fotomontaggio di Roberto Maroni a cui è stato applicato un naso da Pinocchio: un riferimento alla promessa di dimettersi da segretario dopo le elezioni. E pazienza se le dimissioni sono state respinte dal consiglio federale all’unanimità. Di certo, il parterre non gradisce: cominciano a volare insulti e minacce, si arriva a qualche spintone. I più avvelenati sono i veneti. Tra loro, quel Santino Bozza che prima delle elezioni dichiarò che avrebbe votato Pd e Pdl, e Paola Goisis, bossiana d’attacco che mai ha fatto mistero del suo scarso entusiasmo per il nuovo corso. Difficile che le loro contestazioni possano non avere conseguenze disciplinari a breve. Più che Maroni, in realtà, il nemico è Flavio Tosi, il segretario «nazionale». Al suo arrivo, viene accolto da salve di fischi e di cori «fuori, fuori». Poco più tardi, quando parlerà dal palco, le contestazioni riprenderanno ancora più furiose. Al punto che i tecnici audio saranno costretti ad alzare il volume del microfono per evitare che la voce sia sopraffatta dai fischietti. Luca Zaia, il governatore veneto, non è certo il più caro amico di Tosi. Eppure, è costretto ad arrabbiarsi quando tre consiglieri regionali srotolano un drappo con la scritta «Veneto congresso subito». «Togli subito quello striscione» intima il Doge. Viene obbedito. Ma, appunto, quando Umberto Bossi prende la parola, il sogno si spezza. Del resto, neppure si vede in giro Marco Reguzzoni. Già presidente della Provincia di Varese ed ex capogruppo alla Camera, gli insorgenti vedono in lui il capo operativo di una Lega bis ancora ispirata da Umberto Bossi. Ma quando quest’ultimo prende la parola, di dubbi non ce ne sono più. Certo, esordisce dicendo che gli spiace «vedere che la base viene un po’ trattata male. C’è il rischio che si litighi e le cariche non possono essere eterne ma chi dice che tutto va bene è un leccaculo. Tutto però è ancora rimediabile e noi vogliamo rimediare ». Poi, appunto, la frase chiave: «Io ho fatto la Lega non per romperla». A quel punto, tutto passa in secondo piano. Gli scatoloni con le firme raccolte per le tre leggi di iniziativa popolare della Lega, persino il colpo di teatro di un Roberto Maroni che si toglie di tasca le buste contenenti i diamanti che erano stati sequestrati all’ex tesoriere Francesco Belsito: «Torneranno ai militanti. Sono loro i nostri veri diamanti. Chiederò ai segretari le sezioni più meritevoli e questi andranno a loro ».

Cosa ne pensi? Lascia un commento