Oltre un milione di lavoratori (1.027.462) è stato licenziato l’anno scorso, il 13,9% in più rispetto al 2011, e quasi 330 mila hanno perso il posto di lavoro solo negli ultimi tre mesi del 2012, con un’escalation del 15,1% sullo stesso periodo del 2011. Gli ultimi dati del ministero del Lavoro — che non distinguono tra licenziamenti collettivi e individuali — delineano un quadro in costante peggioramento: in quattro anni i licenziamenti sono passati da 800 mila (nel 2009) a oltre un milione, e il periodo più nero è stato proprio l’anno scorso, quando gli esoneri sono passati dai 225.689 del primo trimestre ai 329.259 degli ultimi tre mesi del 2012. Da un anno all’altro, c’è stato un crollo dei nuovi rapporti di lavoro: se nel 2011 erano più di 10 milioni e 400 mila, nel 2012 sono diminuiti di quasi 200 mila unità. Al contrario, i contratti cessati nel complesso, tra pensionamenti, dimissioni, scadenze e licenziamenti, sono cresciuti, passando dai quasi 10 milioni e 300 mila del 2011 ai quasi 10 milioni e 400 mila dell’anno dopo. Se a questi numeri si aggiunge quello dei lavoratori, un milione e 800 mila, che hanno vissuto l’esperienza della cassa integrazione, il milione e mezzo che ha avuto un assegno di disoccupazione e i 2,7 milioni di disoccupati certificati dall’Istat, il dramma del mondo del lavoro appare in tutta la sua criticità. Solo nell’ultimo trimestre del 2012, le nuove assunzioni (in termini di rapporti di lavoro attivati, dipendenti o parasubordinati) sono state oltre 2,2 milioni, con un calo del 5,8% rispetto allo stesso trimestre del 2011. Assunzioni che corrispondono a poco più di 1,6 milioni di lavoratori coinvolti (-8,2%), con i giovani più penalizzati (-13,9% tra i 15-24enni e -10,9% tra i 25-34enni). Mentre, sempre nell’ultima parte dell’anno scorso, in totale i rapporti di lavoro cessati sono stati poco più di 3,2 milioni. E non deve far pensare bene quel leggerissimo calo (-0,2%) che si registra rispetto al quarto trimestre del 2011, perché tra i motivi delle cessazioni del rapporto pesano sempre di più quelli legati alla naturale scadenza del contratto, che non viene quindi rinnovato (sei milioni e mezzo durante l’arco di tutto l’anno scorso) e alle scelte del datore di lavoro: non solo licenziamenti, ma anche cessazioni di attività (127 mila i posti di lavoro persi per la chiusura di un’azienda solo l’anno scorso). «Circa il 17% dei contratti di lavoro stipulati nell’ultimo trimestre del 2012 sono relativi a rapporti da uno a tre giorni totali—sottolinea l’ex governatore del Veneto, Giancarlo Galan — mentre il 12%, 389 mila contratti, sono rapporti di un solo giorno. Un solo giorno di lavoro. E ci domandiamo ancora cosa fare? Dobbiamo immediatamente dare vita ad un governo». «Serve una terapia d’urto come la detassazione totale per i nuovi contratti », incalza l’ex ministro del Welfare Pdl, Maurizio Sacconi. Mentre il responsabile del Lavoro del Pd, Stefano Fassina, precisa: «Noi i segnali di cambiamento di rotta li stiamo già dando. La situazione è drammatica, ma il decreto per il pagamento dei crediti alle imprese è un primo passo per allentare l’austerità che oltre a danneggiare l’economia non salva la finanza pubblica». «Perdiamo duemila posti di lavoro al giorno, e se non consideriamo prioritario per il Paese il tema dello sviluppo non ne usciremo fuori», conferma Paolo Pirani, segretario confederale della Uil. Ma la riforma Fornero che ruolo ha giocato? «Le sue sono state ricette inutili, se non addirittura controproducenti — sostiene Pirani —. Adesso è più complicato assumere le persone ed è meno semplice sostenere chi non ha un lavoro con gli ammortizzatori sociali, tant’è vero che il 16 aprile i sindacati saranno in piazza per chiedere un incremento delle risorse ». «La crisi pesa, ma sicuramente l’ultimo trimestre del 2012 è quello in cui la revisione dell’articolo 18 è stata pienamente acquisita dal sistema economico, e la maggiore licenziabilità ha creato questi risultati—sottolinea invece Claudio Treves, Cgil —. Che la maggiore possibilità di licenziare potesse promuovere anche maggiore libertà di assumere, è totalmente fallace». «Secondo me la legge Fornero non ha nè migliorato nè peggiorato il mercato del lavoro — minimizza il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni —. Adesso però bisogna promuovere azioni concrete: rimpinguare i soldi per la cassa integrazione in deroga, che riguarda circa 800 mila persone che rischiano di ingrassare la quota dei licenziati, e incentivare le assunzioni attraverso una leva fiscale, che offra condizioni vantaggiose agli imprenditori per spingerli ad assumere»

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