Sofferenza, ansietà, frenesia, concitazione, perfino un briciolo di paura. In fondo, se Pescara avesse i bratwurst e i pretzel, sarebbe una piccola Monaco di Baviera. Per i giocatori della Juventus, che mercoledì tenteranno la rimonta sulla squadra tedesca nella gara di ritorno dei quarti di Champions League, quella contro il Pescara di Cristian Bucchi (con il patentino di Bruno Nobili), è stata una bella lezione di calcio e di vita. Una dimostrazione pratica di quello che Antonio Conte sosteneva alla vigilia: nel calcio non c’è nulla di scontato. La vittoria arriva solo su rigore (sacrosanto, sia chiaro), al 28’ del secondo tempo, quando Vidal, terminale di un astuto schema su punizione, viene atterrato da Rizzo, espulso nell’occasione. Mirko Vucinic, che fino a quel momento alterna momenti di spleen (un classico) a grandi giocate, non sbaglia dal dischetto, raddoppiando qualche minuto dopo. Il gol di Cascione, un sinistro immaginifico da fuori area, non riapre la partita ma ammonisce la Juventus sui rischi che si corrono a non contrastare efficacemente sulla linea di tiro i nemici, anche quelli considerati non all’altezza del compito. È una partita in salita, quella della grande Juventus contro il piccolo Pescara. Una partita lancia in resta. Nessuna tattica, solo assedio. Un copione senza nulla da inventare. Non si recita a braccio, il soggetto è stabilito: Madama scuote l’albero, l’avversario cerca di non cascare di sotto o di finire giù per terra il più tardi possibile. E il Pescara resta in equilibrio per un tempo superiore al previsto, sicuramente a quello che prevedevano i tifosi bianconeri, la cui irritazione aumenta con il trascorrere dei minuti. La sparuta ma affezionata pattuglia dei sostenitori ospiti, invece, accarezza l’impresa grazie a Ivan Pelizzoli, il veterano che, a 32 anni, ha soffiato il posto al ragazzo Perin. È la sua serata. Un uomo-bersaglio che attira tutte le conclusioni degli juventini. Comincia Giaccherini, finisce Quagliarella (l’intervento più difficile un interno-collo di sinistro al volo che tutti battezziamo dentro). In mezzo Giovinco, ancora non risolutivo (e pure iellato: esce in barella per una distorsione al ginocchio che sembra grave), Vidal, Quagliarella e Giaccherini di nuovo. Pelizzoli para tutto. Storari è spettatore non pagante. Tutto quello che la Juventus crea viene intercettato dal portiere o scivola sull’ultimo passaggio o sull’ultima deviazione sbagliata (Vucinic). Conte assicura di aver sempre mantenuta alta la fiducia. Comunque sia, è una partita educativa. È come se il compito fosse quello di attaccare, segnando due gol ma senza subirne. Un po’ quello che dovrà succedere mercoledì. A risolvere tutto, dunque, ci pensa Vucinic che trasforma il rigore procurato da Vidal (ed esulta togliendosi i calzoncini e sbandierandoli allo stadio) e raddoppia con uno dei suoi numeri migliori, la giravolta improvvisa spalle al difensore. Nella sceneggiatura perfetta della rimonta, però, non è previsto il gol di Cascione. Anche questo è da tenere presente e da non ripetere con il Bayern. Alla fine, per Madama, tutto si risolve in allegria. Un altro pezzo del puzzle scudetto va a posto: più 12 in classifica, aspettando il Napoli. Questa è la realtà. Ora spazio al sogno.

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