Nel 2012 la Mondadori ha perso 167 milioni, ma lo stipendio dell’amministratore delegato Maurizio Costa è cresciuto del 78 per cento rispetto al 2011. La Fiat ha perso il 16 per cento del mercato europeo, tenendo i dipendenti degli stabilimenti italiani in quasi perenne cassa integrazione, ma il numero uno Sergio Marchionne ha visto il suo stipendio crescere del 50 per cento. L’amministratore delegato della Saipem, Pietro Tali, dimissionario e indagato per corruzione internazionale nell’inchiesta sulle tangenti algerine, ha portato a casa 7 milioni di euro. L’ex presidente della Fonsai Jonella Ligresti, indagata per infedeltà patrimoniale dalla procura di Torino, ha preso 927 mila euro in un anno chiuso dalla compagnia assicurativa in rosso per 800 milioni di euro. Così va il mondo. C’è la crisi e i lavoratori italiani se lo sentono ripetere a ogni pie’ sospinto quando scattano la cassa integrazione o i licenziamenti. ORMAI DA ANNI le grandi aziende, cioè la compatta corporazione dei manager, hanno imparato a scaricare sui dipendenti il rischio d’impresa. Se gli affari vanno male il conto si presenta ai dipendenti. Archiviato come vecchiume sindacalese il “salario variabile indipendente”, il nuovo verbo del pensiero economico prevede che le variabili indipendenti siano il dividendo per gli azionisti e il superstipendio con premio incorporato per i manager. Dai bilanci 2012 delle aziende, che in queste settimane vengono approvati e pubblicati, si ricavano notizie assai interessanti sulla capacità dei capitani d’in – dustria di proteggere i propri emolumenti dai rigori della più lunga depressione del dopoguerra. L’obbligo imposto dalla cosiddetta legge Draghi del 1998 di pubblicare in bilancio gli stipendi dei top manager non è mai stato, e non lo è diventato neppure nella crisi, un deterrente per assegnarsi prebende incomprensibili. In Italia la sanzione reputazionale non fa paura a nessuno, anche perché manca una regola come quella approvata dalla Svizzera con il recente referendum, che impone il voto consultivo degli azionisti (e quindi la trasparenza) al momento in cui il compenso è deciso, non dopo che è stato pagato. Prendiamo il caso di Tali, e lasciamo perdere l’accusa di corruzione internazionale che lo accomuna al suo capo, il numero uno dell’Eni Paolo Scaroni. Nel 2012, sotto la sua guida, la Saipem ha visto l’utile operativo in calo del 34 per cento, l’utile netto in flessione del 16,7 per cento, il valore del titolo in Borsa in diminuzione del 10 per cento. Colpa della pioggia, o del destino cinico e baro, dovremo pensare. Perché Tali, prima di dimettersi a fine anno, ha meritato un premio di 2,28 milioni di euro, in aggiunta allo stipendio fisso di 835 mila euro. Andandosene precipitosamente causa inchiesta giudiziaria non ha mancato di incassare una buonuscita di 3,8 milioni. In tutto il suo 2012 ha fruttato 6,95 milioni di euro. Ma perché quel premio? Mistero. Il fatto che l’Eni, e quindi la controllata Saipem, siano aziende statali non aiuta la trasparenza nè la sobrietà. E la meritoria legge Draghi impone di pubblicare le cifre, non le motivazioni. E quindi non resta che rimanere a contemplare cifre che una persona normale – avendo la fortuna di non perdere il lavoro – impiegherebbe cinque, sei, sette vite a raggranellare. Luca di Montezemolo, nel tempo lasciato libero dalle strategie politiche di Italia Futura, dal treno Italo e dalla sua holding Charme, ha preso come presidente della Ferrari 5,5 milioni; John Elkann come presidente della Fiat ha guadagno 1,46 milioni di euro, con un aumento non disprezzabile del 9 per cento rispetto a un anno prima. MAURIZIO COSTA, che ha lasciato la Mondadori all’inizio di quest’anno, nel 2012 ha portato a casa 2,2 milioni di stipendio fisso, più 2,9 milioni di bonus meritati, a quanto riferisce il bilancio, negli anni dal 2007 al 2012. Anni in cui sono stati mandati a casa circa un quinto dei 500 giornalisti della Mondadori, usufruendo di congrui scivoli pagati dallo Stato. La casa editrice controllata dalla famiglia Berlusconi chiude il 2012 con un fatturato in calo dell’8 per cento e una perdita di 167 milioni, e adesso sta sottoponendo ai dipendenti un altro piano lacrime e sangue. Si parla di altri 96 esuberi e della chiusura di cinque periodici. La Fonsai ha vissuto notoriamente un 2012 da paura. Le polizze danni vendute sono diminuite del 9 per cento, il rosso di bilancio ha raggiunto gli 800 milioni, e la compagnia, pesantemente indebitata con le banche, è stata oggetto di un acrobatico salvataggio targato Mediobanca e Unipol e attualmente al vaglio della Procura di Milano. Nel frattempo la procura di Torino indaga sulle modalità di quello che appare un vero e proprio spolpamento dell’azienda. Tutti i manager indagati hanno incassato fino all’ultimo sontuosi stipendi. Ai 927 mila euro di Jonella Ligresti si affiancano gli 1,1 milioni di suo fratello Paolo. E i sindaci revisori hanno portato a casa in tutto 755 mila euro. Si sono accorti di poco, ma anche loro devono campare.

Cosa ne pensi? Lascia un commento