La seduta è convocata per martedì 9 aprile alle ore 15. La scritta bianca sullo schermo blu nel Transatlantico di Montecitorio spiega la ragione dei corridoi semi deserti. Una settimana intera di riposo per i deputati che mercoledì sono stati in aula ben 5 minuti. Anche la Commissione speciale non si è riunita ieri, tutto rimandato a dopo il weekend. Ma in questa situazione di stallo, che cosa può fare il Parlamento? E cosa il governo, già dimissionario e in regime di ordinaria amministrazione? L’esecutivo Il premier prorogato Mario Monti “può occuparsi degli affari correnti ma non dell’attività legislativa” spiega Francesco Clementi, professore di Diritto pubblico comparato all’Università di Perugia. “Può fare decreti legge (in casi di straordinarietà e urgenza) ma non decreti legislativi se non in base ad atti già approvati dalle Camere. Può anche ratificare trattati internazionali, ma solo su atti giuridici precedentemente costituiti. Di certo nessun disegno di legge di rango ordinario”. Insomma, l’esecutivo può solo procedere per decreto, dimostrando l’urgenza del provvedimento. Per il resto deve sottomettersi alla sovranità legislativa del Parlamento che però ha il grande handicap dei tempi biblici per l’approvazione delle leggi. Per questo il nostro ordinamento prevede un rapporto fiduciario, siglato con un voto, tra l’ esecutivo e l’assemblea. “Facciamo un esempio brutale – spiega Clementi – se domani scoppia una guerra e noi dobbiamo mandare gli aerei o mettere a disposizione le basi italiane, può deciderlo solo il governo per decreto. Il Parlamento non ha il tempo di farlo”. Ma un Consiglio dei ministri come quello in carica, che non ha rappresentanza parlamentare se non con una piccola minoranza di eletti, rischia di scontrarsi direttamente con le Camere. “In gergo costituzionale è la deriva assembleare, che porta a una dittatura dell’assemblea contrapposta a quella del governo” chiarisce Clementi. Il lavoro parlamentare Ma nel Palazzo si sta formando una fronda, composta da MoVimento 5 stelle e Sinistra ecologia e libertà che chiede a gran voce di formare le Commissioni parlamentari. Per ora l’organismo speciale eletto per esaminare gli atti del governo (40 membri alla Camera, 27 al Senato) ha prodotto due risoluzioni sui crediti delle imprese e sugli esodati. La prossima settimana toccherà al provvedimento sull’8 per mille e quello su Roma Capitale. Per il resto il lavoro è fermo. “Il problema – spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti – è che per rispettare il rapporto fiduciario tra governo e Parlamento è previsto che le Commissioni nascano solo dopo la formazione dell’esecutivo, in modo da bilanciare la rappresentatività”. Il Movimento 5 stelle non è d’accordo, e cita tre precedenti in cui è successo il contrario: “I casi sono quelli del 1976, del 1979 e del 1992. Nel 1976 per esempio la costituzione delle Commissioni è avvenuta mentre era pendente la riserva formulata dal presidente del Consiglio incaricato”. Ma Ceccanti insiste: “C’è anche un problema di democrazia dovuto al fatto che se una maggioranza è composta, come nel nostro caso, da almeno due partiti (A e B), per garantire la massima rappresentatività e il dialogo istituzionale si è soliti affidare il ministro al partito A e il presidente della Commissione competente al partito B”. E se decidessero di eleggerle, il Pd come dovrebbe comportarsi? “La maggioranza deve sempre tenersi strette le Commissioni Bilancio e Affari costituzionali, sul resto può discutere”. Per quanto riguarda le leggi di bilancio invece serve un governo. Che per ora non è all’ordine del giorno.

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