Ipullman accendono i motori stamattina alle 9.30. Sono lì, roboanti su piazzale Flaminio, alle spalle di piazza del Popolo. Uno alla volta, i 163 eletti Cinque Stelle salgono a bordo. Per andare dove? Non lo sanno nemmeno loro. Come a mosca cieca cercheranno di toccare Beppe Grillo. Lui li aspetta in una località segreta, forse subito fuori Roma, forse a l’Aquila. L’ultimo messaggio lo ha lasciato ieri sul blog. “Una parte della popolazione italiana vive in un gigantesco Truman show, la cui responsabilità va attribuita per intero ai giornalisti italiani”. I parlamentari si rasserenino. Parla della Rai ostaggio dei partiti, non di loro, seduti su un pulmann che non sanno dove va. Lo ha fatto per evitare che la stampa li segua fin lì, nel conclave più atteso da quando il boom li ha portati in Parlamento. Il primo chiesto dagli eletti in persona, amareggiati perchè Grillo li ha cacciati in questo caos e poi è sparito. E quando appare, lo fa solo per smentire o richiamare all’ordine le schegge impazzite. Ieri è stata la volta di Tommaso Currò, il deputato siciliano che a La Stampa ha detto che con il Pd bisogna confrontarsi, altrimenti l’occasione del Movimento è già perduta. Ma per lui, non servono pubbliche reprimende. Grillo se ne guarda bene, ai deputati viene consigliato di buttare giù un comunicato stampa di condanna ma alla fine non se ne fa nulla. Sono arrabbiati, i colleghi di Currò. Offesi, perfino, perché “se uno dice che non è uno ‘schiaccia bottoni’, praticamente sta dicendo che gli altri lo sono”, tuona Alessandro Di Battista. EPPURE, più che la rabbia prevale la preoccupazione. E più che Currò, fa paura quello che gli gira intorno. Ricordano che il giorno in cui Currò, in assemblea, anticipò l’intemerata finita sui giornali, un collega si alzò a stringergli la mano, altri quattro o cinque cominciarono ad applaudire, fermandosi appena realizzato il gelo generale. La conta è cominciata. Dicono che siano al massimo 9, i dissidenti veri, quelli disposti a parlare con il Pd. Nell’elenco finiscono subito Matteo Dell’Osso e Girolamo Pisano, i due che quel giorno, come Currò, votarono contro l’Aventino. Ma intorno c’è un’altra zona grigia, quella che con i democratici non parla, ma vuole far uscire dal Movimento proposte concrete e nomi da candidare al governo. Qui i nomi salgono almeno a 30. C’è il veronese Tancredi Turco, per esempio, convinto che “siamo ancora in tempo. Proporre dei nostri nomi – dice – avrebbe un impatto mediatico fortissimo e costringerebbe il Pd a trattarci alla pari”. C’è la senatrice Alessandra Bencini, la sola (su 53) a confessare che se dovesse votare contro Bersani avrebbe dubbi e difficoltà. C’è Mara Mucci, uscita piuttosto provata dalla riunione di due giorni fa, quella in cui si è deciso per l’ennesima volta, che di nomi sul tavolo non se ne mettono. Ci sono i senatori che votarono Grasso e che potrebbero di nuovo trovarsi a scegliere il meno peggio (da Francesco Campanella a Mario Giarrusso). Ci sono i friulani Aris Prodani e Walter Rizzetto, astenuti sul tema. Oggi, immaginano che Grillo la fatidica domanda la farà. “C’è qualcuno che non è d’accordo”. L’ha già fatta alla prima riunione, nell’albergo romano. Allora nessuno alzò la mano. Adesso, chissà. Di certo, a Beppe parleranno della “c o m unicazione che non ingrana”. Dopo i malumori per l’arrivo di Nik il nero e le lamentele dei deputati per l’abbandono della Camera (ora è arrivato Nicola Biondo) ieri, al Senato, i toni contro Claudio Messora si sono fatti piuttosto accesi. Non piacciono i modi del blogger/consulente spedito da Casaleggio a normalizzare gli eletti. “È tutto troppo centralizzato”, dicono. Per questo ieri, nelle commissioni, hanno deciso che le comunicazioni sull’attività svolta, le faranno da soli. Claudia Mannino ha cominciato ieri sera alle 20.15: “Ragazzi – scrive su Facebook – visto che il blog ritarda nel pubblicare l’articolo relativo agli importanti obiettivi raggiunti oggi in Ufficio di Presidenza… ecco il Comunicato Stampa!”.

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