Era tutto pronto per una riunione congiunta dei gruppi. Oggetto: discussione e voto sull’atteggiamento da tenere nei confronti dei dieci saggi. Non ce n’è stato bisogno perché nel pomeriggio è arrivato puntuale a dettare la linea il post di Beppe Grillo. Che stigmatizza chi ipotizzasse incautamente di «partecipare a riunioni extraparlamentari di 10 saggi che sono parte del problema». Possibilità che era stata ventilata, in effetti, da diversi parlamentari. Continua, dunque, l’interventismo del fondatore del Movimento, ma continuano anche le fibrillazioni tra i rappresentanti a 5 Stelle, con voci incontrollate che danno in crescita la fronda. Dopo i 30 che avrebbero voluto fornire i nomi di un candidato premier al Quirinale (ma sarebbero già 40), ci sarebbe una quota non irrilevante di parlamentari pronta a votare un esecutivo non a 5 Stelle. La riunione di martedì si è conclusa con più di un nervosismo e con le lacrime di Mara Mucci. Che ieri ha ripreso forze e lucidità (scontrandosi in Transatlantico con un’altra deputata bolognese, Giulia Sarti), ma non ha cambiato idea. E in un post ha spiegato: «È giunto il momento di fare un passo concreto verso una reale proposta di governo attraverso una serie di personalità a noi gradite». Il post di Grillo è dedicato agli elettori inquieti, ma non sfugge a nessuno che in questo caso si applica la proprietà transitiva e il messaggio trasversale è destinato ai parlamentari scalpitanti. Nel post ci sono una serie di domande retoriche. Tra le tante: «Perché hai votato a 5 Stelle? Per fare un governo con i vecchi partiti? Per votare i meno peggio? Per spartire poltrone? ». Conclusione: «Se hai votato per il M5S anche soltanto per uno di questi punti, hai sbagliato voto. La prossima volta vota per un partito». Se dall’alto piovono pietre, in basso si lavora alacremente o ci si prova (lamentele diffuse all’annuncio che oggi e domani non ci saranno sedute). Proposte di legge non sono state depositate ma sono in arrivo (ce n’è anche una, denominata Igual, sui matrimoni gay). E sarà presentata anche una mozione sul ritiro delle nostre truppe dall’Afghanistan. Oggi verranno ufficializzati i gruppi di lavoro congiunti. La mancata costituzione delle Commissioni è contestata con vigore. Il professore di riferimento, Paolo Becchi, si esprime con linguaggio non professorale, vicino al «popolo»: «Ragazzi costringiamoli a fare ’ste cazzo di commissioni, se è il caso anche con una nuova piazza San Giovanni ». E in effetti si ipotizzano azioni dimostrative. C’è chi pensa anche a una sorta di «Aventino al contrario», un’occupazione dell’Aula per un paio d’ore oltre l’orario, per rendere palese il ritardo nell’avvio dei lavori. Sulla stessa scia sta il no del capogruppo Roberta Lombardi all’estensione delle competenze della Commissione speciale. Laura Castelli è in linea: «Va chiusa in fretta questa commissione, liquidata. E vanno costituite le altre». Intanto ci si organizza per la Comunicazione. Alla Camera arriva Nicola Biondo, giornalista, esperto antimafia, già redattore di «Blu notte» e collaboratore dell’Unità. Resta anche l’annunciato Daniele Martinelli, sia pure forse depotenziato: «Ho già visto due volte Casaleggio: il 15-20 sarò a Roma». Al Senato, l’Aula ha respinto le dimissioni della senatrice a 5 Stelle Giovanna Mangili (solo 48 i voti a favore). La neoeletta, e mai insediata, era stata accusata di «inciuci e parentopoli», come aveva chiarito il marito, Walter Mio. Il capogruppo Rocco Crimi ha smentito tutto: «Non cercate motivazioni inesistenti che attengono alle dimissioni della senatrice, che sono state per motivi personali». Non è escluso che la Mangili venga in Aula, come richiesto, a spiegare i motivi del suo gesto. Intanto, il clima di nervosismo si sposta all’esterno. Un gruppo di deputati viene contestato fuori dal Palazzo. Massimo Artini, Massimo De Rosa e Federica Daga vengono apostrofati da chi è ostile all’intransigenza dei 5 Stelle e vuole un governo. Devono intervenire i carabinieri per riportare la calma. Discussione animata con qualche eccesso. Racconta Marco Baldassarre: «Un tale mi ha detto che se non facevamo l’accordo con il Pd si sarebbe fatto esplodere in Parlamento. Ma mi ha detto che mi avrebbe avvertito prima, per salvarmi». Esasperazioni, tra psicosi e goliardia. Ma la tensione è alta.

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