Il momento della verità è rimandato alla prossima settimana. Quando, verosimilmente, l’incontro tra Pier Luigi Bersani e Silvio Berlusconi si sarà svolto, e dal suo esito sarà più chiaro il clima generale. Sempre che il quadro non si sblocchi prima, che «le uscite di Renzi — dicono nel Pdl — non modifichino la situazione ». Perché sotto la calma apparente, tutto è in movimento. Berlusconi ad Arcore, in stretto contatto con i suoi fedelissimi, ha accettato per ora la linea attendista suggerita dalle colombe: non far precipitare la situazione, non provocare rotture e trattare. E gli sherpa sono già in movimento per organizzare il faccia a faccia con il leader del Pd che potrebbe sbloccare la partita del Quirinale e magari, a catena, quella del governo o comunque perché sarà quello il momento chiarificatore. Bersani ed Alfano si sarebbero già sentiti ieri per preparare il terreno, e dunque che sia bene aspettare ancora un po’ lo pensa anche Berlusconi. Un po’ però, non troppo. Perché nella sua pancia continua ad esserci una spinta, che da due decenni è sempre la stessa: quando la situazione si incarta, tocca sparigliare. E lo spariglio migliore per uno come lui resta «quello del voto». Anche ieri il Cavaliere ha ripetuto ai suoi interlocutori le sue convinzioni: il comitato dei saggi non è altro che un modo per «perdere tempo», un «artificio» e «a noi non serve a niente», il Pd «non farà un accordo con noi sul Quirinale perché a Bersani non conviene, perderebbe ogni appoggio dai grillini sui quali conta », e ancor più difficile è dunque l’intesa sul governo, perché «il loro no finora non si è modificato di una virgola, e noi pretendiamo un capo dello Stato moderato e il governo assieme». Dunque, la vera emergenza a questo punto diventa «non permettere che si chiuda la finestra del voto a giugno», anche se «so bene che ottenere il voto sarà molto difficile». Ai suoi, che con i capigruppo Schifani e Brunetta ieri hanno arringato i parlamentari, Berlusconi ha quindi dato la parola d’ordine: «Il presidente vuole le elezioni, le considera indifferibili, dobbiamo considerarci in campagna elettorale permanente», hanno detto i due a un uditorio che in verità di dubbi sulla percorribilità delle urne a giugno ne ha parecchi, perché «la Lega non vuole votare», perché «potrebbe scendere in campo Renzi», perché «i tempi sono strettissimi ». Ma d’altra parte, vie alternative al tentare la trattativa e poi in caso di stallo chiedere il voto subito, non ce ne sono. Per questo Berlusconi pretende dai suoi massima compattezza e si tiene informato attimo per attimo sull’organizzazione delle manifestazioni che vorrebbe ormai a catena. Quella del 13 a Bari, sulla quale Raffaele Fitto sta lavorando, sarà solo una tappa di una serie di mobilitazioni che il Cavaliere pretende «ogni due settimane, in ogni regione». Si ragiona su una il 27 forse a Brescia (che potrebbe essere e non a caso in concomitanza con la sentenza sul processo Mediaset) e un’altra a seguire in Sicilia. Perché, raccontano, quella di piazza del Popolo lo ha inebriato, come lo hanno ringalluzzito i sondaggi che darebbero ad oggi un Pdl oltre il 25%, e vincente almeno alla Camera. E «se vinciamo le elezioni — è il ragionamento dell’ala dura dei suoi—quella sarà per Berlusconi la migliore, se non l’unica protezione contro l’assalto dei giudici». Dunque si annuncia molto in salita il dialogo sul Quirinale, se è vero che Berlusconi continua a pretendere «un candidato nostro». Certo, c’è appunto la variabile Renzi e la possibile spaccatura nel Pd al quale il Pdl si aggrappa. Per questo Fabrizio Cicchitto avverte Bersani di venire a più miti consigli o «le elezioni diventeranno davvero inevitabili ». E un Berlusconi che dalla trattativa non ottenesse un risultato onorevole, punterebbe tutte le sue carte sulle urne convinto che «possiamo vincere ».

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