Si comincerà a votare per il nuovo presidente della Repubblica il 18 aprile. La data è stata scelta dal presidente della Camera, Laura Boldrini, nella qualità di presidente del Parlamento in seduta comune, sentito il capo dello Stato e il «dirimpettaio» del Senato. Entro il 15 aprile verrà avviata la procedura che condurrà a insediare il collegio chiamato a eleggere il successore di Giorgio Napolitano, o a riconfermarlo, nel caso accettasse una ricandidatura, dato che è possibile una rielezione, anche se non si è mai verificata dalla nascita della Repubblica in poi. E tra i nomi di possibili «papabili» l’ex ministro del Pdl, Mara Carfagna, lancia (a titolo personale, come puntualizza il capogruppo Renato Brunetta) quello di Emma Bonino: «Mi sentirei garantita da una donna come lei, anche se, su alcune questioni, è distante da me». Le norme sono contenute nel secondo comma dell’articolo 85 della Costituzione. «Trenta giorni prima che scada il termine— si legge—il presidente della Camera convoca in seduta comune il Parlamento e i delegati regionali per eleggere il nuovo presidente della Repubblica». Nell’aula di Montecitorio si riuniranno i 630 deputati, i 315 senatori (oltre ai quattro senatori a vita: Andreotti, Ciampi, Colombo e Monti) e i 58 delegati regionali (tre per ciascuna Regione, tranne la Valle d’Aosta che ne designa uno). In totale i grandi elettori sono 1007. Per essere eletto il candidato dovrà avere cinquant’anni e godere dei diritti politici e civili. Il presidente è scelto a scrutinio segreto. Nei primi tre scrutini dovrà conseguire la maggioranza dei due terzi (672 voti), dal quarto sarà sufficiente la maggioranza assoluta (504). Una volta eletto dovrà prestare giuramento sulla Costituzione alle Camere e da quel momento cesserà da ogni altro incarico pubblico o attività professionale. Al momento, hanno nominato i grandi elettori soltanto Calabria, Friuli Venezia Giulia e Puglia. Le altre assemblee lo faranno entro l’11 aprile. A garantirlo è l’umbro Eros Brega che coordina la Conferenza dei consigli regionali. Il numero di tre delegati è indicato dalla Costituzione e ha lo scopo di dare rappresentanza anche alle minoranze. La regola (non scritta) è che siano designati due rappresentanti della maggioranza (abitualmente il governatore e il presidente del Consiglio) e il capo dell’opposizione. Nel caso della Valle d’Aosta — si voterà per le regionali il 26 maggio — la prassi prevede che l’unico delegato sia lo stesso presidente della Regione. In Veneto è sorta una disputa perché il Pdl non vorrebbe attenersi a questa prassi, presentando in aula i nomi. In Puglia la scelta è caduta sul presidente del consiglio Introna (Sel) e i vicepresidenti Maniglio (Pd) e Marmo (Pdl). In questo caso si è dovuto derogare dalla consuetudine di indicare governatore e capo dell’opposizione, perché entrambi, Vendola (Sel) e Palese (Pdl), sono stati eletti alla Camera e non hanno ancora optato se restare a Montecitorio o nella Regione Puglia. Intanto è proseguito il lavoro dei «facilitatori» insediati dal presidente Napolitano in due distinti comitati (uno sulle materie costituzionali, un altro su quelle economiche). Ieri si sono visti i cinque saggi incaricati di stendere un documento su come propiziare la crescita e l’occupazione. Uno di loro, il senatore del Pd Filippo Bubbico, ha fatto sapere che sarebbe da escludere una manovra correttiva, aggiungendo di svolgere il proprio ruolo «non come rappresentante dei partiti». Un altro facilitatore, Gaetano Quagliariello (Pdl) ha replicato alle critiche giunte dal suo partito: «Non sono un saggio, sono un uomo di partito e conosco gli obblighi nei confronti del mio partito. Li ho espletati tutti.

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