Sarà un po’ come fare un salto indietro nel tempo, e chissà se Andrea Stramaccioni, potendo, sceglierebbe di buttarsi sentendosi come un anno fa o come oggi. Aveva nove partite di campionato a disposizione quando per la prima volta scoprì l’effetto che fa sedersi sulla panchina dell’Inter e nove partite di campionato (più la Coppa Italia) a disposizione ha oggi, a partire da stasera aMarassi, per tagliare il traguardo della stagione con la stessa speranza: avere, nonostante tutto, tenuto alto il termometro della fiducia di Moratti. Alto abbastanza per meritarne ancora. Come allora costretto a soffiare a oltranza sul fuoco del sogno Champions League, come allora sapendo di avere sulla testa come una spada di Damocle non tanto e non solo quell’obiettivo, ma un finale di stagione che dia il senso di una base, un punto positivo da cui ripartire, un’altra volta. La continuità perduta Nove partite, dunque, per un’inversione di tendenza che convinca definitivamenteMoratti a non legare la sua conferma a un terzo posto che, ragionevolmente, è ormai apparso lontano anche al presidente. Per ritrovare anzitutto, e anzitutto nei risultati, un minimo di quella continuità sparita sotto il livello del minimo sindacale dopo la serie d’oro di dieci vittorie consecutive: da allora mai più di tre gare utili consecutive (solo una volta: Pescara, Roma, Torino, e con due pareggi). Porta aperta in trasferta Nove partite per cancellare o comunquemedicare numeri che danno il senso di un percorso diventato salita a oltranza: stando solo al 2013, 12 punti in 11 gare, con cinque sconfitte (le ultime due, consecutive, in casa); 10 partite su 11 con almeno un gol preso (unica eccezione, la gara interna con il Pescara ultimo in classifica). Nove partite di cui cinque — la prima stasera — in trasferta, dove l’Inter subisce sempre gol da fine ottobre, ovvero da dieci partite consecutive (con una media di due a partita). Samp mai banale Verrebbe da scrivere nove partite come nove finali, se non fosse un luogo comune e un modo di dire ormai insopportabile per quanto inflazionato. Diciamo nove crocevia e il primo, stasera, ancor più degli altri, perché tanto per cambiare la partita con laSamppotrebbe rappresentare una svolta o un principio di svolta. La storia recente dice che quelle dell’Inter contro i blucerchiati spesso non sono partite banali, a cominciare dal «famoso» 3-2 del gennaio 2005, con rimonta da 0-2 (all’85’) al 3-2 e due gol segnati nel recupero. I precedenti In panchina c’era Mancini, come nel 2005-2006 quando un 2-2 a Genova aprì una serie di 21 partite utili consecutive; come nel 2006-2007 quando un 1-1 a San Siro inaugurò una striscia ancora più lunga, 29 gare utili di fila, con 17 vittorie una dietro l’altra, il sigillo sul primo scudetto sul campo. Poi l’era Mourinho, e per lui la Samp significò la prima partita in Serie A, la prima espulsione (ma vittoria per 1-0 dopo l’indimenticabile sfuriata per il 3-1 beccato a Bergamo, con relativo decollo verso lo scudetto), la sconfitta italiana più pesante (in Coppa Italia), per arrivare al 20 febbraio 2010, tappa mentalmente decisiva per cementare lo spirito del Triplete: 0-0 in casa, grande resistenza nonostante le espulsioni di Samuel e Cordoba già nel primo tempo e nel giro di 9’, con le manette dello Special One a decretare la sfida del mondo interista contro il rumore dei nemici. Inversione di tendenza Per Stramaccioni la Samp è un solo precedente, quello dell’andata, il 3-2 che fece da prologo anche psicologico alla vittoria dello Juventus Stadium. Stavolta l’incrocio con i blucerchiati, causa alluvione, arriva non subito prima, ma dopo, la nemesi casalinga di quell’impresa patita contro i bianconeri. Con la speranza che sia l’inizio di una parabola uguale e contraria: dopo la Juve (quasi) solo illusioni spezzate, dopo la Juve ambizioni rifiorite. Con l’ennesima Sampdoria da mandare a memoria.

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