Franco Sollecito è scosso, il verdetto della Cassazione gli ha piegato le ginocchia, ma non ha perso la sua tempra di combattente. Dice a Oggi «che Raffaele non è mai scappato in Svizzera perché sarebbe stata una colossale sciocchezza». Precisa che suo figlio «si è iscritto a un corso universitario di robotica a Ginevra, dove c’è il miglior centro del mondo». E conclude che «resterà in Italia, sarà in aula Firenze e dimostrerà la sua innocenza». LA MALEDIZIONE DI PERUGIA Il giallo di Perugia sembra essere diventato una maledizione per molti dei suoi protagonisti. Raffaele Argirò, vicecomandante del carcere Le Capanne, dove Amanda ha trascorso 1.450 giorni, è sotto processo per violenza carnale. La superpoliziotta Monica Napoleoni, che alla Questura di Perugia dirigeva la sezione omicidi e che la sera del 6 novembre 2007 “ottenne” la confessione di Amanda, è sotto inchiesta con tre colleghe per una squallida vicenda di minacce e indagini non autorizzate. Carlo Pacelli, l’avvocato di Patrick Lumumba, è indaga- I to perché avrebbe preteso da un cliente I una parcel la per una causa mai fatta (e una [ sua collega di studio è stata arrestata). Ma la “vittima” più illustre è Claudio Pratillo Hellmann, il presidente della Corte d’Assise d’Appello che il 3 ottobre 2011 assolse Amanda e Raffaele. Nessuno l’ha detto, ma dopo quella sentenza Pratillo Hellmann sembrava destinato a diventare presidente del Tribunale di Perugia. Era il magistrato con più titoli. Invece è andato in pensione. Pare gli sia costata cara non solo la sentenza di assoluzione ma anche quella frase che pronunciò due giorni dopo: «Questa è la verità giudiziaria. La verità storica non la conosceremo mai». Lui, sul punto, non vuole parlare. Ha accettato di incontrarci a Spoleto, in collina, dove si è ritirato un anno fa. Dice: «Voglio leggere le motivazioni della Cassazione. Dovranno spiegare se abbiamo fatto errori e dove abbiamo sbagliato. La Giustizia non è una scienza esatta, ma io sfido chiunque a trovare una prova contro quei due ragazzi». Parla pacatamente, ma i concetti sono chiari, duri: «In quel processo cerano troppi elementi indiziari e io non me la sono sentita di condannare: per farlo il giudice deve avere una certezza al di là di ogni ragionevole dubbio. La Knox ha mentito quando ha accusato Lumumba? Quell’interrogatoriofiume in questura – senza un avvocato difensore, con una ragazza che non capiva l’italiano e un’interprete che aveva uno strano ruolo – non può non sollevare dubbi. E ci aggiunga tutti quei testimoni già giudicati inattendibili in primo grado. No, io sono sereno. Rifarei quello che ho fatto».