La violazione della privacy deve aver raggiunto un livello davvero allarmante se il Garante italiano ha aperto un’istruttoria nei confronti di Google «per verificare il rispetto della disciplina sulla protezione dei dati personali ». E non si è mosso da solo, ma insieme alle altre autorità nazionali di Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Spagna. Insomma sei Paesi contro il colosso, che ha immediatamente replicato: «La nostra normativa sulla privacy rispetta le leggi europee e ci permette di creare servizi più semplici e più efficaci». L’iniziativa annunciata ieri —che vede per la prima volta l’Europa mettere seriamente sotto accusa l’azienda americana per le sue pratiche di gestione dati—è lo sviluppo di un’azione sovranazionale intrapresa all’inizio del 2012. Proprio un anno fa l’eurogruppo delle Authority aveva messo sotto la lente la politica di Google per stabilire se fosse in linea con i requisiti fissati dalla direttiva europea per la protezione dei dati. Ne erano emerse violazioni tali da indurre i garanti a chiedere agli americani di adottare, entro quattro mesi, le modifiche necessarie per assicurare la conformità dei trattamenti alle leggi europee. I quattro mesi sono passati senza un esito ritenuto soddisfacente. Le nuove regole adottate da Google, infatti, consentono alla società californiana di incrociare «in via generalizzata» i dati degli utenti che utilizzano i suoi vari servizi, da Gmail a YouTube a Maps. Questo assemblaggio, secondo i controllori europei, continua a violare la privacy dei cittadini. «Google—osserva il presidente dell’Autorità italiana Antonello Soro, che su questa linea si sta muovendo con una particolare attenzione — non può raccogliere e trattare i dati personali senza tenere conto del fatto che in Europa vigono norme precise a tutela dei diritti fondamentali dei cittadini». Le accuse oggi rivolte alla società di Mountain View non sono nuove. Finora però si erano mossi i singoli Paesi: per esempio la Germania quando, nel 2009, aveva sollevato il caso del servizio Analytics. Il sistema associa i dati di fruizione dei siti ad altre informazioni sugli utenti, raccolte attraverso i vari servizi Google, condividendo le informazioni con terze parti — cioè, detto più brutalmente, rivendendole — attraverso il canale pubblicitario. Perciò il timore dell’authority era — ed è—che Google sia in grado di ricavare i profili di milioni di persone, spesso a loro insaputa, ricostruendone interessi, stili di vita, abitudini, salute, e guadagnandoci sopra cifre da capogiro. La Germania è intervenuta pesantemente e, nel giro di un paio d’anni, ha indotto Google a cambiare registro e a introdurre salvaguardie a tutela degli utenti, a cominciare dall’opt out, cioè il «no» al trattamento dei dati. La novità odierna è che a muoversi sono le maggiori autorità europee, in uno sforzo comune che, come ha osservato la commissaria Viviane Reding, supera le differenze di sensibilità e di approccio. L’altra novità riguarda la giurisdizione. Dove si vede un cambio di orientamento nei vari Paesi, persino nell’America che è sempre stata di manica larghissima col suo supercampione digitale. Fino un certo punto Google ha teso a dire che, essendo i suoi server collocati negli Stati Uniti, non doveva soggiacere al giudizio del Vecchio Continente. Ma questa posizione, per varie ragioni, oggi non regge più. Infine un’osservazione. Google non si muove in ogni Paese allo stesso modo: come ogni multinazionale, rispetta i rapporti di forza. È accaduto ad esempio con gli editori, quando ha firmato un accordo in Francia ma si è ben guardata dal replicarlo in Italia o altrove in sistemi Paese che giudica più deboli. Anche per questa ragione, all’Italia conviene che l’iniziativa, come in questo caso, sia presa da un team europeo. Intanto dagli Usa arriva la notizia delle dimissioni della responsabile privacy del gruppo, Alma Whitten. Che stia cambiando qualcosa anche là?

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