Fuor dal linguaggio diplomatico: niente più ricreazione, per nessuno. O meglio, quasi per nessuno. La Commissione europea «non ha intenzione di valutare » se concedere più tempo per riportare il deficit pubblico al di sotto del 3% del prodotto interno lordo, «a nessun altro Paese oltre ai 3 già annunciati ». E cioè Spagna, Portogallo e Francia. Olanda e Italia (che pure non ha presentato finora una richiesta formale) speravano probabilmente in una simile deroga, ma per ora il «no» espresso dal portavoce di Bruxelles sembra netto: «Abbiamo indicato un’apertura verso Francia e Spagna, già annunciata dal commissario Olli Rehn, e il presidente Barroso (portoghese, ndr) l’ha anche indicata per il Portogallo». Tuttavia, il pianeta Europa ha panorami mutanti e tempi che spesso si capovolgono: sarà solo dopo le previsioni economiche di primavera, e la pubblicazione dei dati Eurostat sul deficit a fine aprile, che la Commissione europea prenderà le sue decisioni più o meno definitive. Per adesso, siamo soprattutto alla pretattica. E nell’immediato, si giocano altre partite: dopodomani, al consiglio direttivo della Banca centrale europea, tutti i riflettori saranno puntati sul presidente Mario Draghi che ha pur sempre in riserva l’opzione dei «salvataggi indiretti» dei Paesi più in difficoltà, attraverso l’acquisto dei loro titoli di Stato. Ma è ancora un’opzione, appunto, legata anche alle evoluzioni giorno per giorno dei mercati. Oltre che ai dati macroeconomici, sempre più volubili: come nel caso della disoccupazione nell’eurozona che ieri ha toccato punte del 12%, con circa 19 milioni di disoccupati, un giovane su 4 (lieve calo in Italia, ma col 37,8% di disoccupati nella fascia 15-24 anni). Mentre lo «spread» torna a veleggiare oltre i 330 punti e verso i 340. Sul fronte del deficit, ogni posizione nazionale è ovviamente diversa da tutte le altre, con carte diverse da giocare. L’Italia, per esempio, ha saputo ieri che il suo fabbisogno del mese di marzo impatta su 21,4 miliardi di euro, un discreto salto rispetto ai 17,8 miliardi del 2012. Ma sa anche che il suo deficit al 2,9% del Pil la pone a pochi passi da un traguardo importante: la possibile chiusura della procedura di infrazione per deficit eccessivo (con relative pesantissime ammende) che Bruxelles ha aperto già da tempo nei suoi confronti. Basterà — si fa per dire —restare al di sotto del fatidico 3% del Pil nei prossimi 2 anni, e ottenere il beneficio tanto agognato. L’interesse di Roma a strappare una deroga nei tempi di rientro dal deficit pubblico sotto il 3%, cozza in questo caso con l’interesse a liberarsi dall’incubo-multe, e una volta per tutte. La Francia, invece, se vorrà conquistare la deroga già promessa dovrà garantire un deficit «marcatamente sotto il 3%» nel 2014, e una riduzione del deficit strutturale dell’1% nell’arco di tempo 2010-2013. Portogallo a parte, la terza e ultima «miracolata», almeno finora, è la Spagna che però non sembra accontentarsi di quello che ha, anche perché la sua crisi morde sempre di più. Nonostante gli ultimi moniti, Madrid sta trattando con Bruxelles l’allargamento del suo obiettivo del disavanzo 2013, dal 4% già pattuito al 6%. E chiede inoltre che possa slittare fino a tutto il 2015 il raggiungimento del tetto del 3%. Negli ultimi giorni, il governo ha anche messo mano al deficit del 2012: e grazie a nuovi metodi statistici concordati con l’Eurostat, l’ha «corretto» dal 6,7% al 6,9% (dal soffocante 9,4% affibbiato nel 2011). Anche su questi numeri, si sta negoziando ora per ora. Con un occhio alle piazze che tornano a fibrillare. L’Europa della crisi è anche un’Europa da bazar, e c’è chi ha già impegnato nel gioco tutti i risparmi.

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