E’ il dopo Napolitano la vera posta in gioco dello partita che stanno giocando le forze politiche. E lo stallo che ha portato al congelamento del governo Monti per l’impraticabilità finora di mettere insieme qualunque altra maggioranza potrebbe presto riproporsi anche sulla scelta del nuovo capo dello Stato. La prima preoccupazione di Berlusconi resta quella di concordare il nome del nuovo capo dello Stato. E il Pd resta il partito a maggior rischio spaccatura tra chi come l’ala più vicina al segretario, quella dei giovani turchi di Orfini e Fassina, spinge per un nome capace di trovare il voto del Movimento 5 stelle, e chi sta lavorando a un’intesa su un nome condiviso con Pdl e Scelta civica. Nel primo caso la rosa potrebbe essere composta da nomi come Romano Prodi, Gustavo Zagrebesky o Stefano Rodotà. Nel secondo da Giuliano Amato, Franco Marini, Massimo D’Alema, Annamaria Cancellieri, l’attuale ministro dell’Interno che gode di stima in entrambi gli schieramenti da quando ha retto come commissario Bologna. Il rebus Quirinale è già oggi parte delle lacerazioni che stanno attraversando sottotraccia il partito di Pier Luigi Bersani. A breve sarà riunita la direzione democrat e sarà quella la sede in cui, dopo il «congelamento» del tentativo Bersani i nodi verranno al pettine. Il renziano Paolo Gentiloni assicura che il Pd non inizierà a discutere «delle vicende interne fin quando non sarà sciolto il nodo della legislatura e del governo». Ma a largo del Nazzareno il malumore per la gestione della crisi da parte di Bersani, per l’apertura di un dialogo solo con i 5 Stelle, è forte e potrebbe portare a insolite nuove alleanze tra renziani e l’area di Franceschini, Veltroni e D’Alema, aree che restano lontanissime praticamente su quasi tutto ma non sulla condanna della gestione del segretario. Altrettanta confusione sul Colle c’è in casa Pdl-Lega. Silvio Berlusconi ha provato a giocarsi la carta del via libera al governo Bersani in cambio della nomina di un Presidente moderato, di garanzia. L’operazione per ora sembra fallita e Bersani, per quanto in difficoltà nel partito, non ha alcune intenzione di cedere. Per questo l’ex premier punta su nuove elezioni. Il Cavaliere è molto preoccupato per i processi in corso e punta ancora a portare al Quirinale un inquilino «garantista» e con cui possa trattare. Il braccio di ferro che sta giocando però potrebbe essere doppiamente controproducente. Potrebbe spingere il centrosinistra a decidere di nominare un presidente solo con i voti di Scelta Civica. E fra i centristi c’è ancora chi punta sul ripescaggio di Monti. Insomma sul Qurinale per ora l’unica certezza è che Giorgio Napolitano, che ha respinto ogni tentativo di convincerlo a rimanere Presidente, resterà in carica fino all’ultimo giorno previsto dal suo mandato, il 15 maggio. Tutto il resto è ancora una nebulosa. A partire dalla data in cui le Camere cominceranno le votazioni per la presidenza della Repubblica. Le votazioni in seduta comune di Camera e Senato e dei 58 delegati in teoria potrebbero cominciare il prossimo 15 aprile. La Costituzione prevede sia Laura Boldrini, il presidente della Camera, a convocare i delegati regionali e il Parlamento in seduta comune per eleggere il capo dello Stato. Nelle precedenti sedute lo spazio intercorso tra la diramazione della convocazione e l’inizio della seduta comune è stato generalmente compreso fra i dieci giorni e i quindici. Ma quest’anno a complicare ulteriormente la prassi già abbastanza ostica ci sono le elezioni in Friuli Venezia Giulia che si terranno il 21 e il 22 aprile. Ogni Regione dovrà eleggere tre delegato, tranne la Valle d’Aosta cuine spetta uno solo , e non è chiaro se nel caso del Friuli i delegati dovranno essere eletti dal nuovo o dal vecchio Consiglio ragionale.

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