Che la giornata di ieri fosse una di quelle destinate a passare alla storia lo si è capito subito dando un’occhiata a Twitter. Da volti noti del giornalismo a semplici cittadini, da politici a blogger e a t t i v i s t i , l’hashtag #SCOTUS usato per commentare le attività della Corte Suprema Usa è stato preso d’assalto da milioni di americani ansiosi di dire la loro sulla questione dei matrimoni gay, ieri e oggi all’esame del più alto tribunale del Paese. «Tra cento anni, tutti parleranno di questa storica giornata», ha commentato la star della Cnn Jeffrey Toobin. «Il nostro Paese è ormai pronto per i matrimoni tra omosessuali », proclama il gruppo Human Rights Campaign che per l’occasione, come molti altri utenti pro-gay, ha utilizzato il simbolo dell’uguale in rosso come logo. «Quarantuno Stati affermano che il matrimonio è tra un uomo e una donna», ha ribattuto il senatore repubblicano del Kansas Tim Huelskamp. «La loro voce non conta più?». E se su Facebook sono nati gruppi pro e contro le unioni gay, su Tumblr tantissime sono le foto delle lunghe code davanti alla Corte Suprema a Washington per cercare di accaparrarsi uno dei preziosi 400 posti in aula. Tutto perché le due sessioni della Corte Suprema — la prima ieri, la seconda oggi — sono un vero e proprio appuntamento con la storia. Come nel 1967, quando, con la causa Loving vs. Virginia, il massimo tribunale del Paese dichiarò incostituzionali le leggi statali che vietavano i matrimoni interrazziali. O come nel 1973, quando Roe vs. Wade legalizzò l’aborto. Ieri i nove sommi giudici hanno esaminato il ricorso presentato da due coppie californiane contro la legge ratificata dalla famosa Proposition 8, il referendum con cui lo scorso novembre la California ha inserito il divieto dei matrimoni gay nella Costituzione dello Stato. Nella stessa aula oggi si inizia a discutere il ricorso contro il Defense of Marriage Act (Doma), la legge approvata nel 1996 sotto Bill Clinton, che impedisce al governo federale il riconoscimento dei matrimoni gay celebrati in nove Stati, più il distretto della capitale. Secondo le previsioni della vigilia gli aghi della bilancia tra l’ala conservatrice — Antonin Scalia, Clarence Thomas, Samuel Alito — e quella liberal — Stephen Breyer, Sonia Sotomayor, Elena Kagan, Ruth Bader- Ginsburg — saranno Anthony Kennedy e il giudice capo della corte John Roberts, (un conservatore nominato da Bush figlio) che l’anno scorso indignò i repubblicani votando a favore dell’Obamacare e che potrebbe tornare a stupire. Durante gli 80 minuti del dibattimento, diversi giudici, inclusi i più liberal e pro-gay, hanno sollevato dubbi sulla loro competenza nel decidere una questione finora materia esclusiva dei singoli Stati. Non è da escludere, insomma, l’eventualità che la Corte Suprema alla fine respinga il caso senza emettere alcuna sentenza. «I giudici sono apparsi timorosi e riluttanti ad agire», ha commentato a caldo il New York Times. «La prima giornata è stata tutta all’insegna della cautela», gli ha fatto eco il Washington Post. Alla vigilia della sentenza, prevista entro il prossimo giugno, il Washington Post ha pubblicato un sondaggio dove il 58% degli interpellati si è dichiarato a favore dei matrimoni gay, contro solo il 27% di un rilevamento Gallup del 1996. Tra i giovani under-29 il sostegno arriva addirittura all’81%. Persino tra i repubblicani è aumentato di 20 punti in nove anni. La svolta dell’opinione pubblica americana ha ricevuto l’imprimatur ufficiale dell’establishment democratico e di Barack Obama, che nel maggio del 2012 è diventato il primo presidente Usa a scendere in campo a sostegno delle nozze gay, trasformando la questione in uno dei punti chiave della sua vittoriosa campagna contro Mitt Romney

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