E ora è Gian Carlo Caselli a chiedere di essere «adeguatamente tutelato». Ma dal Csm. In una lettera inviata al vicepresidente Michele Vietti, il procuratore di Torino chiede al Csm un intervento a sua tutela per le «accuse a allusioni suggestive» di Pietro Grasso in tv sulle «gogne pubbliche ». Così, all’indomani della trasmissione Piazzapulita, ideata per far replicare il presidente del Senato alle accuse rivoltegli in diretta, giovedì scorso, durante Servizio Pubblico, il caso Travaglio-Grasso si trasforma in quello Grasso-Caselli. E dopo Pasqua esploderà a Palazzo Marescialli, sede del Csm. Da dove ieri filtrava l’intenzione di spegnere il contrasto. In onore alla linea dettata dal Capo dello Stato di ridurre le pratiche a tutela ai casi in cui oltre al singolo magistrato venga offesa anche l’istituzione che rappresenta. Ma cosa aveva detto l’ex superprocuratore antimafia? Senza nominarlo esplicitamente, Grasso, nella puntata «riparatrice» di Piazzapulita, rispondendo alle critiche di Travaglio (sulla gestione delle inchieste su mafia e politica ritenute dal giornalista meno incisive di quelle condotte da Caselli, e sulla sua nomina a capo della Dna avvenuta dopo la legge Bobbio che aveva escluso con un cavillo il collega torinese dalla corsa), aveva parlato di «processi che hanno certamente portato all’arresto di imputati che poi sono finiti con assoluzioni», dicendosi contrario a certe inchieste «spettacolari» che «distruggono carriere politiche» ma finiscono in un nulla di fatto e, tra l’altro, portano alle «ritorsioni » contro i magistrati e alle «controriforme» che danneggiano il sistema. E secondo l’ex procuratore di Palermo il riferimento suggestivo alle sue inchieste era evidente. Così ha chiesto al Csm di intervenire. Nel «lunghissimo monologo», scrive Caselli, Grasso prospetta «in maniera distorta vari fatti e circostanze afferenti la mia attività di magistrato ». «Si insinua che il mio operato sarebbe stato caratterizzato dalla tendenza a promuovere e gestire processi che diventano gogne pubbliche ma restano senza esiti, mentre tutta la mia esperienza professionale si è sempre e soltanto ispirata all’osservanza della legge, al rispetto dei presupposti in fatto e diritto necessari per poter intervenire e alla rigorosa valutazione della prova». Un «comportamento delegittimante » e «profondamente lesivo dei diritti della mia immagine», fa notare Caselli, «che—aggiunge—mi appare innanzitutto per nulla rispettoso dei principi costituzionali che presidiano la separazione dei poteri e tutelano l’indipendenza della magistratura rispetto ad ogni forma (diretta o indiretta) di condizionamento ed ingerenza del potere politico, specie se tale potere corrisponde ad una delle massime cariche dello Stato ». Anche perché, sottolinea Caselli, tutto ciò è stato trasmesso proprio nello stesso giorno in cui Marcello Dell’Utri è stato condannato per mafia a 7 anni, una «sentenza relativa a procedimento avviato dalla procura di Palermo quando il sottoscritto ne era a capo ». La storica contesa fra i due magistrati si arricchisce così di un’ulteriore puntata. La prima l’aveva ricordata lo stesso Grasso a Piazzapulita. La nomina di Caselli a capo della procura palermitana. «Nel 1992 si era creata una situazione pressoché simile» alla contesa per il posto di capo della Dna, ha ricordato. «Partecipiamo io, Caselli e tanti altri. Lui ha tre voti, io due. Si va al plenum. Lui non aveva fatto un giorno da pm, aveva grande esperienza sul terrorismo ma quasi nessuna sulla mafia. La motivazione per cui lui diventa procuratore a Palermo era perché serviva qualcuno che venisse da fuori. Io non ho fatto nulla, pur avendo la possibilità di fare ricorso. Me ne andai buono buono a Firenze a fare il sostituto alla direzione nazionale antimafia». La rivincita Grasso l’ebbe quando ne diventò capo. «Caselli se la deve prendere con quei colleghi del Csm che hanno impedito» la sua nomina, ha dichiarato da Formigli, specificando: «L’accusa che più mi brucia è che io abbia fatto inciuci con il potere per avere delle leggi a mio favore. Io non ho chiesto mai nulla e nessuno mi ha chiesto nulla»

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