A sera, la capogruppo alla Camera Roberta Lombardi la mette così: «Se Bersani si butta ai nostri piedi, decide di farsi da parte e dice che il Pd è d’accordo sui nostri 20 punti, allora ci siamo». Un paradosso, naturalmente, visto che il segretario del partito democratico non ha alcuna intenzione di genuflettersi, nell’incontro di questa mattina alle 10. Ma in queste parole c’è una disponibilità implicita del Movimento 5 Stelle a prendere in mano la situazione, se il Pd decidesse di rilanciare la palla dall’altra parte del muro. In quel caso, potrebbe decidere di fare al Quirinale il nome di un premier non politico, fuori dai giochi (non accettando che a farlo sia Bersani). Magari quel Gustavo Zagrebelsky di cui si parla da tempo. Con ministri come Gino Strada, Roberto Saviano o Milena Gabanelli. Fantapolitica? Forse, ma è quello che si confidano tra loro i deputati a 5 Stelle. Comunque sia, i «cittadini-onorevoli» si preparano a contrattaccare all’accusa di dire solo dei no. Accusa che potrebbe essere rivolta pubblicamente, via streaming. Di fronte al no scontato a un governo Bersani, potrebbe diventare decisiva l’attribuzione pubblica della responsabilità di un fallimento. La Lombardi lo ha messo in conto: «Sappiamo che Bersani potrebbe utilizzare lo streaming per provare a spiazzarci. Ma siamo preparati ». Quanto a un governo Bersani, nessun margine di trattativa: «Gli diremo: e gli esodati; e i cassintegrati che avete messo in strada? Dite che sono senza pietà? Certo, sennò me ne stavo a casa a fare la mamma». Non mancano i distinguo e i mal di pancia tra i parlamentari a 5 Stelle. Ma sono mugugni destinati per ora a restare senza seguito. Ieri al Senato c’è stata un’assemblea animata, con toni alti e applausi. Vito Crimi, capogruppo, ne è uscito non troppo felice (smentendo, tra l’altro, la voce di una visita all’ambasciata Usa). La decisione di dire no a Bersani è stata unanime, sia alla Camera sia al Senato, nonostante una quota di senatori fosse favorevole all’Aventino, cioè alla possibilità di uscire dall’Aula: comportamento che favorirebbe implicitamente Bersani. Ma l’ipotesi viene scartata e non piace a molti. Basta sentire il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio: «Uscire dall’Aula? Non se ne parla proprio. Sarebbe un comportamento viscido, una fiducia implicita, un tradimento del mandato elettorale». Molto meglio giocare la carta del premier super partes: «Ma non sarà Bersani a fare quel nome—dice un senatore — È come se ci ordinasse da mangiare e dicesse: vi piace? Il menu ce lo ordiniamo noi, grazie». Nessuno spazio a tatticismi da vecchia politica, nonostante gli appelli di molti (ieri quello di Fiorella Mannoia). Del resto, dice Carla Ruocco, «non ci piacciono queste tarantelle e la distanza tra noi e il Pd è siderale ». Lo pensa anche Beppe Grillo, che non ha nessuna intenzione di venire a Roma oggi, ma che è in contatto costante con Crimi e Lombardi, come conferma Claudio Messora, che ieri si è insediato come capo della comunicazione al Senato. Il blogger sostiene che un governo probabilmente nascerà e durerà qualche mese. Intanto i parlamentari cercano i collaboratori e provano ad arrangiarsi. Riccardo Fraccaro, segretario dell’ufficio di presidenza, spiega in un video che ha scelto l’avvocato: «Mi fido ciecamente di lui. Anche perché è il compagno di mia sorella. Sta lavorando gratis, ma spero di poterlo pagare presto». Sulla rete già lo accusano di familismo amorale. E di lavorare per una «Repubblica fondata sui cognati»

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