Quanto accade in India ai due marò accusati di aver ucciso due pescatori scambiandoli per pirati è stato uno sbiadito elemento di sfondo in ciò che è successo ieri alla Camera nella seduta sui marò. Le dimissioni di Giulio Terzi da ministro degli Esteri si sono inserite in altre due partite che hanno a che fare con il Transatlantico e l’aula diMontecitorio più che con imercantili scortati in Asia da uomini in armi: la formazione del prossimo governo, l’elezione del prossimo capo dello Stato. A Terzi era chiaro che il partito di Silvio Berlusconi ha preso di mira MarioMonti per limitare le sue possibilità di avere ministeri di peso e, innanzitutto, affinché non possa impiegare il suo curriculum di economista e capo di un governo di larga maggioranza per essere eletto capo dello Stato. Non si usano proiettili di piombo, a Montecitorio, ma esiste un vasto lessico affine a quello dei fucilieri: oltre che tempio di democrazia, è luogo di colpi di mano, franchi tiratori, imboscate, tiro al bersaglio su candidature vere e potenziali. Invece di dimettersi per aver contribuito a far dubitare sulla parola dell’Italia quando insistette per non far tornare in India i marò il 22 marzo—in violazione di un impegno al rimpatrio garantito dal nostro ambasciatore, poi diventato ostaggio a New Delhi—Terzi ha rimesso il mandato rivendicando quella scelta, corretta in seguito da Palazzo Chigi che ne aveva misurato l’impraticabilità. È andata così: collocato oggettivamente sulla linea di tiro del Popolo della libertà, Terzi si è scansato sapendo che le bordate sarebbero arrivate su Monti. Lo stesso con il quale aveva trascorso buona parte della mattinata a Palazzo Chigi per preparare quanto andava detto a nome del governo nelle sedute pomeridiane di Camera e Senato. Il Pdl è il partito al quale l’ormai ex titolare della Farnesina guarda con maggiore attenzione dai tempi nei quali ha perso potere chi gli aveva fatto ottenere il ministero, Gianfranco Fini. All’incontro a Palazzo Chigi c’erano anche il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola, come Terzi promotore della scelta di non far partire i marò resa nota dalla Farnesina l’11 marzo, e collaboratori. Pare che Monti non abbia apprezzato la bozza portata da Terzi, e che abbia voluto modifiche. In ogni caso, da più fonti risulta che iministri sono usciti dalla riunione con testi nei quali nessuno annunciava dimissioni sul caso di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i fucilieri accusati di aver ucciso nel 2012 i pescatori indiani Ajeesh Binki e Valentine Jelastine scambiandoli per pirati. Verso la fine del suo intervento alla Camera, Terzi è uscito dalla rotta concordata a Palazzo Chigi. Virata sull’annuncio di dimissioni. Coloro che conoscevano il testo preparato sono sobbalzati sulle sedie guardando il ministro degli Esteri nella diretta televisiva. Di Paola, che gli stava a fianco, è apparso come un uomo messo sotto a un treno. Non è facile ricordare nell’aula della Camera ministri con visi altrettanto doloranti che non fossero stati accusati di malversazioni. «Emotivamente lacerante», è la descrizione che l’ex ammiraglio Di Paola ha dato del suo stato d’animo. Sembrava una diagnosi, non una espressione retorica. Militare per decenni, apprendeva che il collega diplomatico si ergeva al suo posto a duro tutore delle forze armate. «Un uomo delle istituzioni e grande servitore dello Stato», è stata la definizione di Terzi data dopo le dimissioni dal capogruppo del Pdl Renato Brunetta. «Aspettiamo solo le parole del presidente del Consiglio, dimissionario, in carica per gli affari correnti, Monti. Se avesse un briciolo di buon senso, trarrebbe subito le conseguenze», ha aggiunto Brunetta. Fabrizio Cicchitto, Pdl, sul Professore: «Abbiamo visto il punto finale della catastrofe dei tecnici». Tutti? Su Terzi: «C’è stato un gioco a scaricargli tutte le colpe addosso e lo ha capito». Era almeno da venerdì scorso che il Pdl cercava di mettere in conto al presidente del Consiglio tutti gli errori recenti sui marò. Nella conferenza dei capigruppo, il Pdl ha chiesto che questa settimana Monti non si limitasse a riferire sul prossimo Consiglio europeo, ma anche sui fucilieri rispediti in India e sempre più destinati a un processo lì. Mario Marazziti, il deputatomandato al posto del capogruppo di Scelta civica, ha ottenuto che sul secondo argomento ci fosse una seduta con i ministri di Esteri e Difesa. C’è chi riteneva che un rifiuto di far partire i marò andasse preparato garantendosi prima appoggi dalle principali cancellerie europee. Sarebbe spettato a Terzi garantirlo. Chissà che la giornata di ieri non prepari un futuro ingresso di questo tecnico in politica. Interna. Maurizio Caprara

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