C’è un’espressione, che viene sospirata, per riassumere l’intervento di Pietro Grasso a Piazzapulita , mentre i grandi schermi mostrano il volto di Marco Travaglio: “Ah, l’epopea del periodo caselliano”. Forse l’immagine centrale di quest’apparizione televisiva del presidente del Senato, che siede in una tradizionale poltrona di pelle e si confronta con il conduttore Corrado Formigli, sarebbe quella di Gian Carlo Caselli: il nome più citato da Grasso. C’è un paragone costante, a volte pungente, tra la Procura di Palermo guidata prima dal magistrato piemontose e poi dall’attuale seconda carica dello Stato: “Politici indagati? Caselli molti di più, ma l’importante è vedere esiti”. IL PRESIDENTE di palazzo Madama, eletto dal Partito democratico, difende i suoi metodi: “Quando sono arrivato nel ’99 a Palermo, l’epoca dei grandi arresti e processi era in fase calante, io dovevo ricominciare dalla base: attaccare la base militare per poter poi cogliere le relazioni politiche. Era nel mio potere. A tagliarli fuori (il gruppo di Scarpinato, cresciuto con Caselli, ndr) è stato il Csm, dopo otto anni devono lasciare il posto. Sono andato al Csm a chiedere la proroga, per arrivare a dieci anni: non c’era Caselnulla da fare”. Questione assoluzione di Giulio Andreotti in primo grado. Perché Grasso non ha firmato l’appello assieme ai magistrati? “Io ero stato testimone in quel processo. Ero stato sentito in istruttoria proprio da Scarpinato ed essendo diventato testimone la mia firma sull’appello avrebbe impedito la chiamata come testimone nel successivo grado di giudizio”. Le strategie a Palermo cambiarono, ma perché i politici indagati furono di meno? Grasso insiste ancora con la stagione di Caselli, che attraversava un periodo diverso, e poi cita Vincenzo Lo Giudice, un esponente locale detto “mangialasagne” e il caso Totò Cuffaro, perseguito per favoreggiamento mafioso e non per concorso: “Un’inchiesta sul senatore Renato Schifani fu aperta e chiusa anche sotto la mia direzione”. Grasso costeggia i punti toccati da Travaglio e illustrati da Formigli, elogia i “suoi maestri” Caponnetto e Falcone, e difendere anche la gestione del pentito Nino Giuffré che scatenò le dimissioni dei magistrati palermitani: “Per me, la priorità era garantire la sicurezza del collaboratore di giustizia”. Il presidente del Senato manifesta la sua prudenza da magistrato come espediente per non creare processi mediatici (e legge un brano di un libro di Caponnetto): “Ho sempre pensato e sostenuto, il potere di indagini, di entrare nella vita delle persone, è un potere che va usato con equilibrio, deve poter essere funzionale al processo per raccogliere quegli elementi che possono portare al processo e a un esito favorevole. Come diceva Caponnetto: ‘Pensare un’inchiesta come una gogna pubblica è anticostituzionale’”. Quando il tempo sta per scadere, Grasso affronta la nomina a procuratore nazionale antimafia, secondo Travaglio favorita da tre leggi anticostituzionali contro Caselli: “Il livello della legge è contro Caselli, effettivamente erano per bloccarlo. Ma c’è stato un momento in cui il Csm avrebbe potuto deliberare la sua nomina”. Corregge il tiro sul premio a Berlusconi. Ma Grasso è andato a Piazzapulita per replicare a Travaglio, e racconta il perché della telefonata in diretta: “So – no arrivato a casa e ho visto mia moglie in uno stato di agitazione, non poteva quasi parlare, e una reazione che aveva avuto di paura per nostro figlio, prima di cominciare maxiprocesso, avevano citofato dicendo: “I figli si sa quando escono e non tornano”. Era l’inizio di qualcosa che sarebbe continuato”. Quando Formigli annuncia a Grasso che Travaglio risponderà da Servizio Pubblico, il presidente di lascia andare: “Mi crocifiggeranno, ci sarà dei video, sarà killeraggio mediatico”. Il giornalista cerca di rassicurare. E poi, aspettando giovedì, arriva un sms di Travaglio: “Alla parola mangialasagne (riferito a Lo Giudice, ndr) ho rischiato il soffocamento e ho attaccato la serie televisiva Homeland”. Ora l’intervallo. Tra due giorni si ricomincia.

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