L’argomento serve a Pier Luigi Bersani per convincere gli altri a lasciare a lui il cilicio del governo: “La situazione è drammatica, lo hanno detto tutti. Ieri il presidente di Confindustria è stato chiarissimo. Si pensa che la crisi sia alle nostre spalle e invece è tutta davanti a noi”. Falliti i messaggi dai toni grillini, quelli su casta e costi della politica, il segretario del Pd riscopre la crisi. Ma il movente non indebolisce la correttezza dell’analisi: le cose stanno peggiorando e di miracoli (che nella religione dei mercati significano interventi del dio della Bce) non se vedono. LA GIORNATA DI IERI dimostra quanto è fragile il contesto finanziario che permette all’Italia di preoccuparsi dei partiti e non della propria sopravvivenza: dopo l’accordo su Cipro, basta una dichiarazione infelice del presidente dell’Euro – gruppo Jeroen Dijsselbloem e le Borse cominciano a crollare. L’idea che il modello cipriota – scaricare su creditori e depositanti il costo della ristrutturazione delle banche in crisi – possa diventare il nuovo paradigma, ha suggerito agli investitori di vendere tutto, soprattutto i titoli del settore del credito. Come se non bastasse, la fuga dalle banche italiane è stata alimentata da voci di un possibile taglio del rating della Repubblica italiana da parte dell’agenzia di rating Moody’s (che non ha smentito, ma neppure confermato). Morale: Intesa Sanpaolo crolla del 6,21 per cento, il Banco Popolare del 5,86, Unicredit del 5,81. La ragione è ovvia: un rating più basso ridurrebbe il valore dei titoli di Stato in cui hanno investito pesantemente le banche italiane (anche per sopperire alla freddezza degli investitori esteri). Basta un soffio, insomma, a innescare una nuova ondata di panico. Che questa volta non passerà per lo spread – perché molto debito è tornato in Italia e gli italiani non lo vendono –, ma dalla tenuta stessa del sistema bancario. Che è stretto tra calo dei margini, investimenti sbagliati e crediti in sofferenza in aumento, con la Banca d’Italia che intima di fare pulizia nei bilanci, facendo emergere la vera entità delle perdite. Bersani ha detto che parlare con sindacati e Confindustria ha confermato che bisogna fare in fretta. Ma la lista dei problemi da risolvere è nota da tempo. La priorità di Giorgio Squinzi e degli imprenditori che rappresenta è costringere lo Stato a pagare almeno una parte dei 70 miliardi che deve alla pubblica amministrazione. Ieri il premier Mario Monti, in una relazione al Parlamento, ha chiarito che le premesse ora ci sono tutte: ad aprile l’Italia uscirà dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo e a quel punto, entrando nella “parte preventiva” del Patto di stabilità (cioè quella dei Paesi che hanno un deficit sotto il 3 per cento). E potrà così iniziare a pagare, come annunciato, 20 miliardi all’anno per due anni. Ma ci sono una serie di passaggi formali che dipendono tutti dalla politica: le Camere devono approvare le variazioni ai saldi di bilancio, cosicché il governo sia in condizione di emanare un decreto legge. Più dura lo stallo tra i partiti, più imprese chiuderanno e più aumenteranno i disoccupati. Prima la colpa poteva essere scaricata su Bruxelles, ora è tutta di Roma. QUANTO AI SINDACATI, la Cgil pare aver archiviato i suoi monumentali progetti di interventi keynesiani per 50 miliardi di euro per accontentarsi di cose più immediatamente ottenibili. Servono interventi sul cuneo fiscale (la differenza tra quanto un lavoratore costa all’impresa e quanto ottiene in busta paga). E anche questi, sostiene Monti, ora sono fattibili grazie alle aperture europee (che permettono anche di far uscire dal conto del deficit le spese per investimento co-finanziate dalla Commissione). I disoccupati sono arrivati a 3 milioni, il Pil del 2013 in calo, pare, di un altro 1,8 per cento rischia di produrne altre decine e decine di migliaia. Alcune economie limitrofe all’Italia stanno iniziando a rallentare, Germania e Francia su tutte, mettendo a rischio anche le imprese che esportano, ultimo motore rimasto per la crescita. “Questi incontri con le forze sociali ci portano a dire che questo Paese è nei guai e che sono destituite di fondamento tutte le leggerezze della discussione che c’è in giro”, ha ribadito Bersani nella direzione del Pd. Ci vorrebbero miracoli. Ma prima di tutto ci vorrebbe un governo.

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