Difficile. Un’indagine con un sacco di intoppi. A partire dalle telecamere che, secondo i carabinieri, o erano obsolete o non registravano. Le uniche in grado di riprendere sono quelle della Cir (Compagnie industriali riunite) del gruppo De Benedetti, ma i filmati, dicono sempre gli inquirenti, riguardano il marciapiede di fronte al negozio dell’orefice Giovanni Veronesi, ucciso da un rapinatore ieri nella tarda mattinata. In pratica, sempre secondo gli investigatori dell’Arma, la telecamera all’interno della gioielleria in via dell’Orso 3, dove è avvenuto il delitto, non funzionava: era vecchia di almeno 20 anni e senza hard disc. Chi indaga faceva affidamento sui monitor dell’hotel attaccato al negozio della vittima, ma controllano solo l’entrata dell’albergo. Ieri il circuito aveva ripreso due uomini che, intorno alle 12, avevano insospettito gli inquirenti. Poi, invece, si è accertato che erano due conoscenti che si erano dati appuntamento lì vicino e che, dopo essere stati immortalati, si erano salutati ed erano andati ognuno per la propria strada. I carabinieri hanno comunque dato mandato alla polizia locale di recuperare i filmati di 28 telecamere che sono installate entro i confini del quartiere di Brera. Si punta adesso ai rilievi tecnico scientifici ancora in corso. Una traccia, un’impronta, un indizio. Nel negozio c’era sangue dappertutto e impronte ovunque. Ma anche fuori dalla bottega ci sono tracce ematiche, forse quelle di un bandito che potrebbe essersi ferito nella colluttazione. Gli investigatori della Scientifica non hanno individuato a chi appartengono. Anche il bottino non è stato ancora quantificato, come pure il numero dei malviventi. Ma chi conosceva Giovanni Veronesi, 74 anni, parla di rapina anomala. Dice anche che, sulle telecamere, forse gli investigatori hanno esagerato nel dire che non funzionano per allentare la morsa sul rapinatore. «Giovanni — dice Eugenio Colanzi, titolare della galleria d’arte Il Segno, a pochi metri dal negozio dell’orefice ucciso —non apriva a nessuno. Guardava dallo spioncino e se non conosceva o anche semplicemente non gli andava a genio la persona fuori dalla porta, non lo faceva entrare. Nel dubbio, si consultava con la compagna o con la figlia, titolari di due oreficerie accanto». Allora, Giovanni Veronesi, ha aperto a qualcuno che conosceva o a qualcuno che comunque era riuscito a ispirargli fiducia. Al punto da non togliere la chiave dalla cassaforte. Infatti il rapinatore, oltre ad asportare alcuni gioielli dalla vetrina che ha infranto con un oggetto contundente, ha arraffato gli ori dal forziere. E il rapinatore conosceva a tal punto il negozio che prima di eclissarsi tra le vie del centro, avrebbe strappato i fili della telecamera a circuito chiuso nascosta. Una rapina durata dalle 11.45 alle 12.10: un tempo interminabile per un colpo mordi e fuggi, ma plausibile se si ipotizza che i due abbiano discusso. Un delitto efferato che ha fatto montare la polemica sulla sicurezza e che ha riproposto l’idea delle ronde di guardie giurate a presidiare le zone. «Dopo quanto accaduto— ha detto l’ex vicesindaco Riccardo De Corato —i commercianti, come in via Montenapoleone, ricorreranno a ronde di guardie giurate per la loro tranquillità »

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