È il gesto che ripete quello di Gesù che si china a lavare i piedi agli apostoli, «capite cosa vi ho fatto?», e Francesco non lo compirà né a San Giovanni in Laterano né in San Pietro: per la prima volta un Papa celebrerà la messa in Coena Domini del Giovedì Santo non in Basilica ma in una prigione, la settimana prossima il «triduo» di Pasqua comincerà nel carcere minorile romano di Casal del Marmo e il pontefice laverà i piedi a dodici ragazzi detenuti, proprio come il cardinale Bergoglio usava fare a Buenos Aires tra penitenziari, ospedali e ospizi per i poveri. Nella messa di inizio del suo ministero, martedì, ricordava che «il vero potere è il servizio » e nell’esercitarlo il Papa deve «accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli», ovvero «chi ha fame, sete, chi è straniero, nudo, malato, in carcere». La riforma di Francesco sta prendendo corpo giorno dopo giorno tra parole e gesti innovativi, o meglio di ritorno allo spirito delle origini cristiane. Ed è significativo che ieri mattina, ricevendo il Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel, il Papa abbia parlato con lui anche di monsignor Oscar Romero, «un grande profeta» per il quale oggi a Roma sarà celebrata una messa a San Marcello: domenica saranno passati trentatré anni dall’assassinio dell’arcivescovo di San Salvador — Romero fu ucciso da un sicario del regime mentre celebrava l’eucarestia il 24 marzo 1980 — e la causa di beatificazione aperta solo nel ’97 e rimasta finora ferma (tra le resistenze dell’episcopato più conservatore) potrebbe ora sbloccarsi con il riconoscimento del martirio: «Il Papa è assolutamente convinto che sia un martire e un santo », ha spiegato il vescovo salvadoregno Gregorio Rosa Chávez, che fu collaboratore di Romero. Esquivel, simbolo dell’opposizione alla dittatura militare argentina, è tornato a ripetere che le accuse contro Bergoglio sono false: «Non ha avuto niente a che fare con la dittatura, non ne è stato un complice ». Lo stesso padre Francisco Jalics, uno dei due gesuiti (l’altro è morto) che nel ’76 furono rapiti e torturati quando Bergoglio era superiore in Argentina della Compagnia di Gesù, ha smentito le accuse: «Questi sono i fatti: Yorio e io non siamo stati denunciati da Bergoglio». Stamattina il Papa incontrerà il corpo diplomatico, dopo l’esortazione di martedì ai fedeli e ai potenti della terra («Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!») perché si «custodisca» il «creato» e «ogni uomo e ogni donna». Domani, cosa mai accaduta nella storia, il Papa pranzerà con il suo predecessore, Benedetto XVI, a Castel Gandolfo. Monsignor Loros Capovilla, segretario storico di Giovanni XXIII, ha detto ad Avvenire di aver sentito che Ratzinger avrebbe lasciato «trecento pagine scritte personalmente da lui, e non stiamo parlando del dossier Vatileaks » a Francesco. Con la Domenica delle Palme, inizieranno le celebrazioni della settimana di Pasqua. Ma dopo Francesco non avrà tempo di riposarsi: da aprile comincerà incontri e riflessioni per il nuovo assetto della Curia. Già si parla del nuovo Segretario di Stato e i candidati non mancano: il segretario del collegio cardinalizio Lorenzo Baldisseri, già nunzio in Brasile; il cardinale Giuseppe Bertello, presidente del Governatorato; l’arcivescovo Claudio Maria Celli, presidente del Consiglio delle comunicazioni sociali; e grandi diplomatici come i nunzi Luigi Ventura (Parigi), Celestino Migliore (Varsavia) o Pietro Parolin (Venezuela). Ma non si tratta solo di nomi: il «vescovo di Roma» ha in mente non solo una Curia ma una Chiesa più collegiale, con un ruolo più importante dei sinodi e una «governance» vaticana più leggera che sia al «servizio » del rapporto tra il Papa e i vescovi. Un ritorno alle origini anche nell’esercizio del «primato nella carità» della Chiesa di Roma, lo stile che ha conquistato le Chiese ortodosse—in gioco c’è la ricomposizione dello scisma del 1054—al punto da far dire al Metropolita d’Italia Zervos Gennadios, ieri alla Radio Vaticana: «Io credo che Papa Francesco sia meraviglioso. Un dono di Dio»

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