Odore di chiuso e d’antico prima che di morte nei tre metri per quattro della bottega, bottega e non negozio per la moquette, la tappezzeria, il buio, per certi polverosi dettagli liberty superstiti, per bracciali e catenine d’inizio 1900, per la specie di scrivania anziché il classico bancone con la cassa, per l’impianto di videosorveglianza datatissimo, quasi fuori commercio, e fondamentalmente perché qui c’era la vecchia Milano e il signor Giovanni Veronesi era convinto non tanto che esistesse ancora: no, lui era proprio convinto di viverci dentro. Così storica, la strada, da portare il nome—via dell’Orso, con la d minuscola—di una famiglia della quale già si parlava nel 1200; e così storica da correre veloce in avanti. L’hotel Milano Scala, quattro stelle che confinano con la bottega, ricavato in un palazzo ottocentesco, si vanta d’essere il primo albergo cittadino «a emissioni zero». Sul metro e settanta, tenuto nel fisico, non un tipo gracilino ma neppure un atleta con muscoli limati (del signor Giovanni raccontano fosse un esperto di judo), Veronesi vestiva con rigorosa giacca e rigorosa cravatta che non variavano e sconfinavano nei colori. Colori classici sempre, semplici, rigorosi, milanesi. E sempre gli occhiali da presbite poggiati sul naso anche quando camminava per via dell’Orso e non stava in bottega a intrattenere il cliente oppure a esaminare un gioiello nel dettaglio, cose che, queste due, si svolgevano in contemporanea ed erano nella norma essendo egli un «artigiano della vendita». Ossia l’aspirante compratore da studiare, sedurre, conquistare senza il trucco ma con argomenti convincenti, senza il gioco di parole ma con la prova dei fatti. «Una volta aveva esposto un magnifico, glielo dico da donna, magnifico anello con un serpente di diamanti» ricorda una sua collega commerciante che protesta contro la crisi che ha tolto gente dalle strade, e contro l’Area C che avrà pure limitato il traffico e che però, alza la voce la signora, ha distrutto l’identità del centro di Milano, l’ha svuotato, è una vergogna, creda a me. Il due di agosto Veronesi avrebbe compiuto settantacinque anni. Un uomo mite, se mai — sono le obiezioni della gente — troppo schivo, forse troppo attaccato al denaro e troppo dedito al lavoro, obiezioni che, si capisce, men che meno a Milano identificano serie inclinazioni al peccato. Ricco, Veronesi. Dai certificati commerciali non risultano debiti, cambiali; dai certificati catastali risulta tutto il contrario della ricchezza. Beni immobili posseduti? Niente. Non un appartamento, non un box. Il negozio? Intestato quale nuda proprietà per metà alla figlia e per metà al figlio. Antonella, nata nel 1965 e Giorgio Guglielmo, d’un anno maggiore. Entrambi gioiellieri, nella scia di una dinastia di gioiellieri (anche il nonno paterno era gioielliere). Antonella ha il negozio un civico dispari prima del papà; Giorgio Guglielmo sta al 12 di via Manzoni, di nuovo centro città. Giusto il tempo di percorrere per intero via dell’Orso, strada senso unico di pavé e inutilizzati binari del tram, di girare a destra in faccia alla Ca’ de sass, edificio del 1800 che ha ospitato la Cariplo, la Cassa di risparmio delle provincie lombarde, e infine lasciandosi sulla destra la Scala di sbucare su via Manzoni. Nella geografia altolocata resta un angolo di miseria cui via dell’Orso è assai legata ed è prosecuzione urbanistica. Via Monte di Pietà. Dove c’erano il Monte dei pegni e la coda di anime sofferenti. Abitudine dei titolari era intascare i gioielli dei poveracci, pescare qualcosa di decente e provare a piazzarlo in via dell’Orso, che abbonda(va) di oreficerie. Talmente tante, ve ne sono, da aver alimentato aneddotiche da malavita, da aver generato una nomea di quartiere dei ricettatori, da aver convinto più di un investigatore a venire a spulciare alla ricerca di legami con la criminalità organizzata. Non è, il posto dell’omicidio, un posto insicuro, anzi le rapine sono fenomeno raro. Lo confermano i ricordi e l’archivio. Nel 2000 due ragazzi presero la borsetta a una svizzera ferma in macchina al semaforo; nel 2005 tre banditi svaligiarono un appartamento sequestrando la badante di casa, slavi i banditi e italiana la badante. L’han visto per l’ultima volta alle dieci e mezza, Giovanni Veronesi. Andava in bottega a cominciare la giornata. Non un orario canonico. Del resto apriva e chiudeva quando voleva. Lo stesso era per le ferie. L’intero gennaio lo passava via dall’Italia. Gli piacevano i posti di mare. Dove con esattezza non si sa. Prendeva e tanti saluti. «Vado al caldo» diceva, ripeteva scocciato, annoiato. I dettagli, il perdersi e il riperdersi sui dettagli, li riservava solo ai client

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