Un «no» netto di Beppe Grillo a tutti i governi che non abbiano una guida a Cinque Stelle. Un «sì» di Silvio Berlusconi al governissimo di larghe intese con il Pd ma senza il M5S, «che si è già chiamato fuori». Un rifiuto sdegnato di Pier Luigi Bersani a trattare con il Cavaliere seguito da una richiesta di incarico dello stesso segretario del Pd «per un governo del cambiamento» e, in subordine, un’apertura a un governo istituzionale «sostenuto dalla corresponsabilità di tutte le forze parlamentari» (grillini compresi, quindi) che traghetti il Paese fino alle elezioni. L’ultima spiaggia, dunque, sarebbe un incarico condizionato a Bersani (deve trovare i numeri al Senato per poter sciogliere la riserva) oppure un governo a tempo guidato da una personalità esterna ai partiti che porti a casa la nuova legge elettorale, il dimezzamento del numero dei parlamentari, la creazione di una Camera delle autonomie. E sarebbe già qualcosa, visto che da ieri le tre principali forze politiche si sono impantanate, anche formalmente, sotto il peso di un doppio veto. La faticosa giornata di consultazioni, consumata nello studio alla Vetrata del Quirinale, la sintetizza a sorpresa il capo dello Stato davanti a taccuini e telecamere, quando è ormai sera: «Sarete anche voi stanchi… abbiamo tutti bisogno di riposare. Ho da riordinare appunti e idee per vedere meglio quale decisione prendere e domani (oggi, ndr) ve la comunicherò». E l’unico, flebile, barlume di luce in una giornata politicamente nera è la disponibilità istituzionale del presidente del Senato, Pietro Grasso: «Se posso fare qualcosa per il mio Paese sono pronto a tutto». Poi Grasso, forse ben consigliato da chi gli sta vicino, aggiusta il tiro per chiarire che la sua non è un’autocandidatura: «La mia disponibilità non va fraintesa…». Il primo a salire al Quirinale è Grillo. Si presenta a bordo di una monovolume nera guidata dal fidato Walter Vezzoli (in gilet e camicia bianca). Il leader del M5S, accompagnato dai capigruppo Vito Crimi e Roberta Lombardi, indugia col naso puntato sugli affreschi lungo le scale che conducono allo studio della Vetrata. Però al termine del colloquio con Giorgio Napolitano, Grillo sparisce dietro una porta e manda allo scoperto i suoi parlamentari che leggono un testo: 1) «Siamo il primo partito, abbiamo chiesto un incarico pieno, poi comunicheremo chi sarà la personalità indicata per guidare l’esecutivo». Crimi elenca pure i 20 punti del programma, compreso il referendum sull’euro, mentre Lombardi rivendica per l’M5S all’opposizione le presidenze delle commissioni di controllo (servizi segreti e vigilanza Rai). Niente domande. E Crimi, nella fretta, sbaglia strada ma viene ripreso dal cerimoniale col quale si è lamentato per la mancanza di segnale Gsm nello studio del presidente. Berlusconi e Grillo non si incrociano. Il Cavaliere (accompagnato da Alfano, Brunetta, Schifani e dai leghisti, Stucchi, Bitonci e Giorgetti) all’uscita usa uno stile asciutto: «I risultati elettorali hanno prodotto 3 forze di pari entità, anche se una non è disponibile… Tocca a Pd e Pdl la responsabilità di dare un governo al Paese… Però il Pd, che ha il 30%, dopo le presidenze di Camera e Senato non può pensare di accaparrarsi Palazzo Chigi e il Quirinale». Poi, quando è buio, al Colle arriva Bersani con i capigruppo Luigi Zanda e Roberto Speranza. Il colloquio è il più lungo. Al termine, il segretario del Pd dice che per lui «non è una questione personale» andare a Palazzo Chigi ma che il Pd è pronto a mettersi al servizio del Paese «a patto che l’esigenza di governo marci con quella di cambiamento ». Con Berlusconi mai, a meno che «non faccia una conversione sulla via di Damasco » su un programma minimo di riforme anche della seconda parte della Costituzione. Bersani risponde alle domande, bacchetta Grillo («È il Pd il primo partito»), ammette di non avere portato al Colle né un piano A né uno B. Poi si rimette «alle valutazioni e alla saggezza di Napolitano»

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