Hanno tanto scalpitato i pm napoletani. Ma lo hanno fatto a vuoto. Avevano fretta di portare Silvio Berlusconi alla sbarra e pur di evitare il rischio della prescrizione del reato: corruzione, hanno provato a saltare l’udienza preliminare chiedendo il giudizio immediato. E quando l’indagato ha proposto di farsi interrogare in una data successiva al 15 marzo, smaltiti gli impegni politici del dopo-voto, le toghe guidate da Henry John Woodcock hanno risposto picche. Già il giorno 11, del resto, avevano notificato alla cancelleria del Tribunale la loro richiesta di andare subito a processo. Richiesta respinta al mittente dal gip partenopeo Marina Cimma. Il giudice, nell’ordinanza depositata ieri, ha infatti concluso che le cosiddette «prove evidenti» che Berlusconi possa avere corrotto l’ex senatore dipietrista Sergio De Gregorio perché passasse dalle fila dell’Idv a quelle del Pdl, non esistano affatto. Gli atti sono stati quindi rimandato dritti all’Ufficio del pm, che adesso dovrà concludere l’inda gine e passare il vaglio dell’udienza preliminare e del gupprima di mandare aprocesso l’ex presidente del Consiglio. Tutt’altro che generiche le motivazioni con cui Marina Cimma boccia l’istanza dei magistrati inquirenti: non solo i verbali che contengono le dichiarazioni accusatorie di Sergio De Gregorio non sono «prova evidente » della compravendita dei parlamentari fra il 2006 e il 2008, scrive il magistrato, ma è addirittura l’ipotesi di reato (ovvero la corruzione) che è dubbia. E questo perché, spiega ancora il gip: «attesa la genericità delle dichiarazioni rese da Sergio DeGregorio, la prova dell’accordo corruttivo tra gli imputati è tutt’altro che evidente». Così è stata rigettata la richiesta della Procura sia per il Cavaliere, sia per gli altri due indagati: il faccendiere Valter Lavitola e lo stesso De Gregorio. Proprio l’ex senatore dell’Idv, in tre interrogatori dello scorso dicembre, aveva dichiarato ai pm di avere ricevuto per mano di Lavitola due milioni di euro in contanti. Più un terzo “fintamente” destinato al Movimento italiani nel mondo da lui presieduto. Soldi mandati proprio da Berlusconi per ottenere il cambio di casacca finalizzato, stando sempre aDe Gregorio, a far cadere il governo Prodi nel gennaio 2008. E poco importa che il Professore, in realtà, capitolò sotto il fuoco amico: contro il suo Governo e con il centrodestra votarono infatti Mastella, Barbato, Dini, Fisichella e Turigliatto. Centosessantuno voti contrari e 156 a favore, abbastanza perché il Senato negasse la fiducia al presidente del Consiglio che rassegnò le dimissioni al capo dello Stato. Eppure il perno principale dell’inchiesta dei pm napoletani sono le dichiarazioni autoaccusatorie di De Gregorio che racconta le fantomatiche macchinazioni per dinamitare il GovernoProdi: («Ricordo benechegià dopo il voto che mi vide eletto presidente della commissione Difesa, discussi a Palazzo Grazioli con Berlusconi di una strategia di sabotaggio…», fa mettere a verbale prima di finire agli arresti domiciliari per una vicenda legata ai fondi al quotidiano l’Avanti. Berlusconi, in una recente intervista a Panorama, ha smentito il suo accusatore sostenendo che si tratta di una ritorsione per la mancata concessione di un finanziamento da lui chiesto di 10 milioni di euro. «De Gregorio aveva preannunciato questo suo comportamento con più visite a nostri parlamentari», ha dichiarato il Cavaliere, «aveva detto di essere in grave difficoltà, di avere assoluto bisogno di 10 milioni di euro, in parte per pagare dei debiti ed evitare la bancarotta e in parte per fuggire in un altro Paese e ricostruirsi una nuova vita, evitando così il carcere alla moglie». Di questi incontri con i maggiorenti del Pdl e del desiderio di uscire dalla politica, De Gregorio ha fatto cenno nei verbali, specificando però di aver solo chiesto un aiuto a Marcello Dell’Utri per essere accreditato come produttore cinematografico con Medusa. Al gip è bastato per giudicare queste esternazioni «dichiarazioni autoaccusatorie » ma non prove evidenti di una presunta corruzione a opera di Berlusconi. Parla di «atto di saggezza giuridica», il deputato del Pdl Antonio Leone e di «conferma dell’esistenza di magistrati che giudicano senza l’ossessione di dovercomunque colpire il capo dell’opposi – zione di centrodestra. Il gip di Napoli ha impartito a Woodcock e agli altri inquirenti napoletani una lezione di diritto: la fretta di chiedere il giudizio immediato per Berlusconi non è giustificata da ragioni giuridiche né di merito».

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