Prima la scomunica, poi il perdono. Dai tuoni e fulmini del post-voto alla retromarcia sulle punizioni esemplari contro chi ha trasgredito. Fa tutto Beppe Grillo, come al solito. S’incavola, minaccia espulsioni, grida al complotto e alla «trappola» ordita da Pd e Pdl, ma poi nel giro di 24 ore abbassa i toni, nomina due fedelissimi comunicatori ufficiali dei gruppi parlamentari Cinque stelle e rimanda la resa dei conti, cercando di ricompattare la squadra e stoppare possibili fughe. Ma intanto il patatrac è fatto. Con il voto di sabato a Palazzo Madama, il M5S è entrato a tutti gli effetti nel magico mondo dei partiti politici, dove risse e colpi bassi sono all’ordine del giorno, ma poi, con altrettanta celerità, l’incendio viene spento a tarallucci e vino. Sempre se il capo Beppe non s’infuria e non manda tutti a quel paese. Te lo do io il Parlamento. Quindi, dall’anatema urlato a caldo contro chi ha tradito e ha votato Pietro Grasso (anziché rispettare l’ordine di fare scheda bianca), Beppe è passato a una ramanzina da vecchio zio, molto più bonaria e conciliante: «Qualcuno in buona fede c’è caduto», ha esordito dopo l’outingsu Facebook di qualche senatore grillino. La lista non ancora completa, comprende Giuseppe Vacciano per primo, ma poi almeno Fabrizio Bocchino, Elena Fattori, Mario Michele Giarrusso, Marino Mastrangeli, Bartolomeo Pepe e Francesco Campanella, che annuncia di non essere in vendita pur ammettendo che «oggi mi ha chiamato Vendola. Mi ha fatto i complimenti per la mia scelta su Grasso e mi ha manifestato disponibilità ad accogliermi nelle fila della maggioranza laddove Grillo mi cacciasse». Ma Vendola smentisce di avergli parlato: «Penso che sia stato vittima di uno scherzo. Lo appuri subito e mi chieda scusa: non sono un venditore né un compratore di onorevoli senza onore», ha dichiarato il leader di Sel. Rimangono le bacchettate del comico genovese dal suo videoblog: «In gioco non c’è Grasso, ma il rispetto delle regole del M5S. Non si può disattendere un contratto. Chi lo ha firmato, deve mantenere la parola per una questione di coerenza e di rispetto verso gli elettori». Però tra Grasso e Renato Schifani «era come scegliere tra un raffreddore e la peste bubbonica. I gemelli dell’inciucio vogliono metterci in difficoltà, ma noi non ci stiamo». L’inventore del Vaffa day avvisa che «lo schemasi ripeterà in futuro. Berlusconi proporrà persone irricevibili, il pdmenoelle delle foglie di fico». Guai se fosse Massimo D’Alema al Colle e comunque alle consultazioni al Quirinale, dove sono previsti idue capigruppoLombardie Crimi, Beppe ha già fatto sapere che vuole andare lui. Possibilmente in compagnia del socio e guru, Gianroberto Casaleggio. Intanto, però, le decisioni in merito alla sorte dei senatori ribelli sono state rinviate ad altra riunione per non aprire un caso Favia al cubo. Senza contare che c’è già stato il “problemino” della senatrice per un giorno: Giovanna Mangili, che ha deciso di mollare travolta dalle accuse di parentopoli dentro il suo stesso partito. Poi le gaffe in tv alle Iene dei neodeputati poco preparati… Insomma, nel M5S siprendetempo per decidere a mente fredda come procedere sull’affaire del Senato senza commettere ulteriori passi falsi. Basti vedere il caso della giovane deputata «cittadina» Gessica Rostellato, che ha messo in rete il suo rifiuto di stringere la manoa Rosi Bindi. Risultato: una valanga di fischi, e lei, accusata di cattive maniere, costretta a scusarsi e a replicare: «In futuro dovrò abituarmi a essere falsa». Meglio pensare, quindi, a come accumulare nuove cariche in Parlamento. Ieri la riunione dei deputati si è concentrata sul problema dei questori della Camera. Si sono fatti avanti in cinque, ma alla fine sulla «graticola» sono rimaste la piemontese Laura Castelli e la napoletana Carla Ruocco. Due perché «ci spettano ben due questori ». Luigi Di Maio, invece, studente di Giurisprudenza di 26 anni, corre per la vicepresidenza di Montecitorio. Riccardo Fraccaro e Claudia Mannino sono risultati, invece, i due più votati al ruolo di segretario d’Aula della Camera. Cariche che i grillini pretendono, ma che dovranno essere approvate dagli altri partiti.

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