Quando nel 2001 ricevette la porpora da cardinale, i suoi fedeli organizzarono una colletta per accompagnarlo nel viaggio a Roma, fù allora che Jorge Mario Bergoglio ordinò agli argentini di restare a casa. «E distribuite tutti i soldi raccolti ai poveri, mi raccomando». Ecco, la c i fra di quello che dodici anni dopo sarebbe diventato Papa Francesco 1 sta tutta in questo episodio. Schivo e riservato, ma soprattutto sobrio: da arcivescovo di Buenos Aires si spostava soltanto con i mezzi pubblici, in tonaca nera come uno dei preti di frontiera che andava a trovare nei quartieri più difficili. Austero e allergico ai giornalisti, tanto che nei giorni delle Congregazioni prima del Conclave non ha mai rilasciato una dichiarazione, ma tutt ’altro che chiuso. E con una grande passione: aiutare i poveri, stare tra la gente semplice. Un Papa sudamericano, come da molti osservatori era stato auspicato. Ma un Papa assolutamente consapevole dei meccanismi della Curia romana sulla quale dovrà operare con mano ferma. In curiosa continuità con il suo predecessore Benedetto XVI, con cui nel 2 0 0 5 fu protagonista di un testa a testa serrato, Allora, si disse, era stato il porporato con il maggior numero di voti nelle prime votazioni. Ma, riportò il sitoVatican Insider qualche mese dopo l’elezione di Joseph Ratzinger, Bergoglio aveva fatto capire «quasi in lacrime » che non avrebbe retto al peso del Soglio di Pietro. Che avrebbe addirittura rifiutato. La palla, per così dire, passò dunque al cardinale tedesco. Ora, dopo le clamorose dimissioni di Benedetto XVI e un Conclave-lampo con cinque votazioni in due giorni, il testimone è dì nuovo nelle mani dell’argentino. E chissà se la memoria dei cardinali questa volta è tornata con un brivido a Habemus Papani: nel film del 20 1 1 , Nanni Moretti fa pronunciare un clamoroso “gran rifiuto” a Michel Piccoli, neo-Pontefice tanto atterrito da non essere in grado per giorni nemmeno di affacciarsi al balcone di San Pietro per benedire la folla festante. Per poi dire inesorabilmente: «Grazie, non me la sento». Non è successo, per fortuna, con Francesco 1. Un Papa «venuto dalla fine del mondo», per sua stessa ammissione nel primissimo discorso di benedizione dei fedeli, è però un po’ italiano. Figlio di Mario, un ferroviere di Bricco Marmorito di Portacomaro, nell’astigiano, poi emigrato in Argentina con la moglie Regina, ha sempre mantenuto i legami » con il Piemonte, tanto che dieci anni fa ha vi sitato il paesino d’origine incontrando alcuni cugini. Sul la re ive scovo Bergoglio i bookmakers della vigilia avevano scommesso poco (la sua quotazione era 41 a 1!). Troppo anziano, visto che il prossimo 17 dicembre compirà 77 anni. Eppure» tra i vaticanisti qualcuno sussurrava: «Quattro anni soli di Bergoglio sì che cambierebbero le cose nella Chiesa…». E dire che il giovane Jorge Mario non pensava certo a una carriera e c clesiastica. Anzi, diplomalo come perito chimico, ultimo di quattro fratelli, aveva un lavoro e persino una fidanzata. Poi, a 2 2 anni, riceve la chiamata. E tutto cambia: è il 1956 quando entra nel noviziato dei gesuiti. Da lì nasce il suo amore per la cultura e per la filosofia, materia in cui si laurea con il massimo dei voti, Appena tre anni dopo essere diventato prete, viene eletto provinciale della Compagnia di Gesù. Anni difficili per l Argentina che viveva, con il tramonto della dittatura di Juan Pero n e l’avvento del regime dei militari, una turbolenta transizione. E anni complicati per la Chiesa, che nel Paese sudamericano fu accusata di appoggiare quei regimi violenti. In un momento storico controverso in cui la Compagnia di Gesù si opponeva alle violenze, aprendo agli oppositori, Bergoglio lasciò. Ed è allora, dopo la metà degli anni 70, che sul futuro Pontefice i suoi oppositori fanno nascere velenose e mai dimostrate accuse di collaborazionismo con la dittatura militare del presidente forge Videla. «Se non ci fosse stato Bergoglio a capo della Congregazione, in quegli anni le difficoltà sarebbero state molto peggiori», aveva dichiarato a un quotidiano argentino l’ex ministro per il cullo Angel Miguel Centeno. Ed è proprio in quegli anni che si del ne a la personalità religiosa del futuro Papa: focalizzato sul sociale con l’aiuto ai più bisognosi, ma sempre attento a una rigorosa dottrina teologica. Prima è rettore di quel Collegio Massimo delle facoltà di filosofia e te ologia in cui si era laureato, poi si trasferisce in Europa per un dottorato. Ma la sua vocazione vera è sempre la stessa: stare tra la gente. E così, rientralo in Argentina, diventa parroco nella zona di Cordoba. Probabilmente è in quella città che affina le sue doti di predicatore, comunicatore efficacissimo capace di improvvisare omelie in base ai fedeli che di volta in volta si trova di fronte. Una dote che tornerà utilissima ora che è successore di Pietro. Una dote che gli è valsa l’amore incondizionato del suo popolo, primi tra Lutti quei cittadini di Buenos Aires, la diocesi che lui chiama affettuosamente «la mia Sposa». Nella capitale in cui è nato torna direttamente da Cordoba e. già con un ruolo di grande rilievo nel 1992, quando diventa vescovo ausiliare del cardinale Antonio Quarracino, pri mate d Argentina, cui poi succederà nel 1998 . La porpora gli viene attr ibuita direttamente dalle mani di Giovanni Paolo II nel 2001 , mentre Benedetto XVI da Papa dimissionario lo nomina membro della Pontificia Commissione per l’America Latina il 22 febbraio scorso, sei giorni prima di ‘ ritirarsi dal mondo”. E chissà che proprio in questo non ci fosse un presagio. Certo, la sfida che attende Francesco I è durissima. Mettere ordine in una Chiesa sconvolta dagli scandali Vatileaks e dalla piaga dei preti pedofili, innanzi tutto. Un outsider rispetto alla Curia romana, basti pensare che, sempre secondo gli osservatori, già nel Conclave del 2 0 0 5 l’allora segretario di Stato Angelo Sodano diede parere negativo alla sua elezione. Allora Bergoglio, cui era stato proposto un dicastero di rilievo a Roma, si era lasciato sfuggire: «Per carità, non chiudetemi in Curia, morirei!». Ha cambiato idea e alla grande, Francesco 1, facendosi carico di questa enorme responsabilità in una Chiesa dilaniata da contrasti e fazioni, E per farlo ha chinato la testa domandando l’aiuto ai fedeli che sono accorsi in San Pietro per la sua elezione. «Vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica». Ha anche fatto appello al suo predecessore Joseph Ratzinger, che ha poi sentito telefonicamente dal suo ritiro di Castel Gandolfo. Ricordandolo non solo nella preghiera, in cui si è raccolto insieme con tutto il popolo di Piazza San Pietro con un Padre Nostro e un’Ave Maria e un Gloria al Padre. Cesti di umiltà che rimandano anche alla scelta del nome da Pontefice, quel Francesco patrono d’Italia, omaggio alle origini italiane, certo, ma soprattutto il frate dei poveri, degli ultimi. 11 frate con le stimmate c a pace di parlare agli emarginati proprio perché sofferente come Cristo e per questo del tutto dimentico dei beni terreni. Quei lussi disdegnati anche dallo stesso Jorge Mario Borboglio. Che forse adesso tra le imponenti mura vaticane ripenserà, magari con un filo di nostalgia, al suo piccolo appartamento di Buenos Aires, lui che è abituato a svegliarsi alle 4 e mezza ogni mattina per poter rispondere personalmente alle lettere dei fedeli. Eppure c’è chi dice che sia di salute cagionevole; da quando aveva 17 anni, a causa di una grave infezione respiratoria, vive con un solo polmone. Appassionato lettore, sul comodino per sua stessa ammissione ha sempre un libro di Jorge Luis Borges, ma anche di Fedor Dostoevskij e del poeta tedesco Johann Hölderlin. Ascolta volentieri la musica classica, con una spiccata predilizione per le sinfonie di Ludwig van Beethoven. Ma non pensiate che sia uno studioso chiuso nella sua biblioteca: da buon argentino, ama visceralmente il tango. Adora ¡1 cinema, tanto che qualche anno fa rivelò che il suo film preferito è il france
se II pranzo di Rabette, tratto dall’omonimo racconto di Karen Blixen. Ma la passione che lo avvicinerà fatalmente alla pancia’’ dei fedeli italiani è naturalmente il calcio. Più che tifoso: del San Lorenzo di Almagro, la squadra del quartiere proletario di Buenos Aires, il Boedo, è diventato addirittura socio. E ne mostra fiero la maglia con il suo nome scritto sopra, dono dei giocatori che hanno tenuto ad autografarla personalmente, «Scendere per le strade, cercare la gente: è questa la nostra missione. Altrimenti rischieremmo una Chiesa auto-referenziale, simile a molte persone paranoiche o autistiche, che sono capaci di parlare solo a loro stesse», Parole sferzanti che delineano benissimo quel che sarà il suo programma per così dire politico. Un Vaticano dalle pareti di vetro, con le porle spalancale sulla strada.

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