Agrigento) — C’è uno scellerato che s’aggira fra le stradine di Naro, un paese arroccato nel cuore di una Sicilia macchiata dall’orrore abbattutosi su tre bimbi rumeni, avvelenati con cioccolatini imbottiti di pesticida. Dopo una settimana di dolori lancinanti, i più grandi ce l’hanno fatta, ma il fratellino di 5 anni, Sebastian, esile, gli occhi sgranati come due punti interrogativi, è stato annientato dall’inganno di quella dose letale impacchettata come una leccornia. Un liquido iniettato con una siringa calda nei bonbon al caffè prima scartati e poi riconfezionati alla meno peggio, con la stessa stagnola colorata, nella scatola di marca. Il tutto pigiato in una busta di plastica con una bottiglia di vino e tre grosse arance. Come fosse un dono. Abbandonato sull’uscio di casa, in piazza Cesare Battisti, il portone accanto alla Chiesa di Sant’Erasmo, di fronte alle panchine dei pensionati, campo giochi di tutti i giorni per il povero Sebastian e per i sopravvissuti, Alexander e Ionut, 7 e 10 anni. Un dolore atroce per Dumitru Lupescu, il padre trentenne, e per la giovane madre, Marika. Sono romeni, ma nati a Iasi la capitale della Moldavia, da qualche mese approdati in questo paesino a 600 metri d’altezza, sulle colline a mezz’ora da Agrigento. Lavori saltuari in campagna per entrambi, come le altre sessanta famiglie rumene, una comunità percorsa da qualche turbolenza, piccole liti, ma nulla di eclatante, mai una denuncia o un evento registrato dai carabinieri che, invece adesso, procedono per omicidio contro ignoti. Cercando una pista che potrebbe privilegiare l’ipotesi di una ritorsione contro i genitori, forse contro il padre di Sebastian. Euforico il bimbo la scorsa settimana, nel pomeriggio dell’8 marzo, quando dalla busta appena ritrovata saltarono fuori i cioccolatini. Come racconta disperata la nonna materna, Nicoleta Tache, arrivata dopo la tragedia da Ispica, dalla provincia di Ragusa dove lavora come badante: «Presi dalla gioia, i bimbi si sono avventati su quei cinque bonbon richiusi dal criminale che vorrei fra le mie mani. Richiusi malamente. Con lo scotch. Ma non deve esserci stato il tempo di riflettere e hanno inghiottito tutto…». Sebastian ne ha ingoiati almeno due e pochi minuti dopo era già piegato dagli spasimi. In breve crampi anche per Alexander e Ionut, sbiancati in volto. Immediata la corsa verso l’ospedale di Canicattì, prima tappa del calvario che ha portato il più grande in corsia a Caltanissetta e gli altri due nella notte verso la Terapia intensiva di Messina dove Sebastian non s’è mai ripreso da un coma profondo, sfumato giovedì in un elettroencefalogramma piatto. Da Agrigento il procuratore aggiunto Ignazio Fonzo con i carabinieri del colonnello Riccardo Sciuto provano ad analizzare tutti gli indizi, mentre il capitano Massimo Amato torna a interrogare i genitori per ricostruire una circostanza, una lite, un malinteso, un odio profondo in grado di orientare l’indagine su quella che per l’assassino doveva essere una vera strage. Dai primi esami sarebbe risultato infatti avvelenato anche il vino che nessuno ha bevuto. Ma sul mistero una luce potrebbe essere accesa a Messina, nella sede del Ris dei carabinieri dove proprio l’analisi dello scotch fa sperare il colonnello Sergio Schiavone. Se il criminale ha strappato con i denti il nastro o se ha lasciato un’impronta, forse, giustizia sarà fatta.

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