Dalle 20 e 22 di mercoledì è tutta una gara a mettergli un’etichetta, a incasellarlo nello schedario predefinito della lotta politica e culturale italiana. Così, dopo non aver azzeccato il nome del nuovo papa, editorialisti e vaticanisti sui giornali nazionali non azzeccano neppure chi sia davvero il nuovo pontefice. Per alcuni è il Papa nero, cioè il cardinale colluso con i militari della giunta golpista argentina dei generali Massera e Videla. E per questo il Manifesto ieri titolava provocatoriamente che sua Santità “Non è Francesco”, giocando con il titolo di una vecchia e nota canzone di Lucio Battisti. Per il quotidiano comunista nella biografia di Bergoglio cisono sì «le luci di una scelta di povertà» come tutti hanno descritto, ma anche «le ombre di un passato vicino alla destra peronista». A parte l’evi – dente confusione tra giunta militare e movimento peronista (Isabelita, che alla morte del marito Juan Domingo Perón gli subentrò alla guida dell’Argentina, fu destituita dai generali e incarcerata per cinque anni), il tutto si riduce all’accusa di aver allontanato prima del golpe due preti che poi vennero arrestati, quasi che il provvedimento abbia consegnato ai militari i religiosi rapiti. Non ha importanza che il Papa abbia già spiegato di aver avuto semmai un ruolo nella scarcerazione dei due, per il Manifestoè sospetto di aver intrattenuto rapporti con la dittatura e dunque di essere colluso con i generali. Intendiamoci, il giornale comunista non è il solo a insistere sull’argomento, chiedendo di far luce sui fatti di trent’anni fa già ampiamente dibattuti e chiariti. Anche Repubblica, per tramite del suo direttore, si incarica di chiedere piena trasparenza sugli episodi dell’epoca, salvo poi pubblicare un’intervista al grande accusatore di Bergoglio, il quale riconosce di non avere prove schiaccianti, né fotografie del futuro Pontefice con qualche generale, ma solo qualche testimonianza sulle ambiguità di quel periodo. Par di capire che Papa Francesco non assecondasse i furori ideologici di alcuni sacerdoti di frontiera. Quelli erano gli anni della Teologia della liberazione e qualche missionario oltre a diffondere il Vangelo si preoccupava anche di diffondere le pallottole. Il Vangelo e il Capitale (di Karl Marx), a certi preti parevano più o meno la stessa cosa e dunque insieme con il crocefisso c’era chi portava la pistola. Il cardinale allontanò i preti rivoluzionari o questi si allontanarono da soli? Non si sa con certezza, ma anche se fosse valida la prima ipotesi, ai nostri occhi non sarebbe una colpa. Naturalmente non c’è solo chi ha arruolato il Pontefice tra le brigate nere degli anni della dittatura. Altri, e in qualche caso si tratta degli stessi, lo hanno trasformato in una specie di Che Guevarain tonaca,caricando la sua prima uscita pubblica al balcone di piazza San Pietro di mille significati, ma soprattutto tracciando a sua Santità il percorso cui si dovrà uniformare il suo pontificato. Il migliore da questo punto di vista è stato ancora una volta il quotidiano della sinistra radical chic, per la penna di Ezio Mauro, il quale si incaricadi indicare a Francesco il programma da attuare fin da subito. Si parte dal rovesciamento geografico e culturale, dalla rottura con un mondo e un modello di potere, da un progetto che fino dal nome scelto dal Pontefice è unvincolo per il pontificato, per finire ad uno stile «rivoluzionario nella scelta di stare dalla parte degli ultimi, dei più poveri, degli sconfitti e degli “schiavi”». Per il direttore di Repubblica l’avvento di Sua Santità è un ribaltamento della geopolitica euro centrica della Chiesa e così si realizza una profezia di cambiamento, «come se dopo l’immediata preghiera con la piazza per Joseph Ratzinger il nuovo pontefice avesse fretta di voltare pagina ». Ovviamente Mauro non dimentica di segnalare che è finito il mondo che ha preceduto l’ascesa del cardinal Bergoglio al soglio di Pietro, quasi che con il nuovo Papa la Chiesa abbia messo un punto e a capo nella sua storia ultramillenaria, come se tra l’insegnamento di Benedetto XVI e quello di Francesco ci fosse un abisso e non ci fosse alcun contatto né continuità nella dottrina. La sensazione è invece che ci sia una gran fretta di arruolare Sua Santità nelle truppe progressiste, di trasformarlo in una sorta di rottamatore vaticano, per metà Renzi e per l’al – traGrillo, uno che liquidi camerlenghi e cardinali decani come i pierini della politica liquidano un D’Alema o un Veltroni. Il rischio di applicare anche al capo della Chiesa cattolica i cliché di un semplice capo di partito è evidente, così come è evidente che la storia personale e ecumenica di Jorge Mario Bergoglio è assai meno banale di quella di un semplice funzionario di partito o di un comico fattosi politico. Ci vorrebbe insomma un po’ di prudenza nel maneggiare certi argomenti, perché è vero che con il suo semplice discorso d’insediamento papa Francesco ha già conquistato molti cuori, ma questo non significa che il suo cuore batta a sinistra.

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