La pazienza ha premiato Francesco I, al secolo Jorge Mario Bergoglio. Ha atteso otto anni per diventare il Vicario di Cristo. Ma al conclave che avrebbe potuto eleggerlo già nel 2005 aveva chiesto di abbandonare l’ideadi affidargli la cattedra di Pietro. Si era mostrato così atterrito dall’idea del peso che gli sarebbe caduto addosso da convincere i più a lasciar perdere: il cardinale argentino, di origini piemontesi, secondo il diario di un cardinale elettore, era tanto spaventato dal confronto con il cardinale decano da scongiurare addirittura i suoi circa 40 sostenitori a non votarlo. Riuscì a persuadere soprattutto il cardinale Carlo Maria Martini, che a quelpunto convogliò i voti su Joseph Ratzinger. Poiché lo Spirito Santo sembra non aver cambiato idea, da buon gesuita, il cardinale bonaerense avrà soppesato i pro e i contro. Avrà pure un polmone solo, da quando era giovane.Ma quella sua particolare condizione non gli ha impedito di svolgere il suo ministero pastorale finora. Così ha accettato, pur sapendo che alcuni lo dipingeranno come il simbolo del trionfo progressista all’interno della Chiesa. In realtà, davanti al rischio di derive dottrinali, non aveva mai ceduto, men che meno all’interno della propria congregazione religiosa. Anzi, aveva contestato apertamente l’apertura dei gesuiti alla Teologia della Liberazione. Niente a che fare con il compatriota Ernesto Che Guevara, insomma. E comunque, da arcivescovo di Buenos Aires e primate d’Argentina, nell’anno santo del 2000 aveva chiesto pubblicamente perdono per le colpe della Chiesa. Creato cardinale da Papa Giovanni Paolo II nel 2001, era divenuto il presidente della conferenza episcopale argentina dal 2005 al 2011. Se lo era meritato per non essersi dimostrato stato tenero nemmeno con i successivi governanti del suo Paese. Né con Carlos Menem e il suo liberismo, né con le derive laiciste attuali. E sono note le sue pessime relazioni anche con i Kirchner contro i quali aveva tuonato perché avevano favorito la legalizzazione dei matrimoni gay e il diritto all’adozione di figli da parte di coppie omosessuali. Sa cosa deve alle sue radici culturali. Ecco perché difende la famiglia naturale. Nato il 17 dicembre 1936 a Buenos Aires, in Argentina, da una famiglia di immigrati di origini piemontesi. Suo padre era un ferroviere. Lo aveva mandato a scuola, a studiare da perito chimico. Però aveva preteso che, nel frattempo, aiutasse l’economia domestica: «Conviene anche che cominci a lavorare», gli aveva detto, sorprendendolo. Così, il ragazzo Jorge Mario aveva fatto di tutto, dalle pulizie alle pratiche d’uffi – cio, dal buttafuori in un locale al tecnico di laboratorio. Da buon argentino, Papa Bergoglio è appassionato di calcio e tifa per il San Lorenzo di Almagro. Ma non disdegna il tango, dicono le biografie, e in gioventù era stato fidanzato. Tra i suoi scrittori preferiti, Jorge Luis Borges e Fjodor Dostoievski. In campo cinematografico, Papa Francesco apprezza particolarmente i film del neorealismo italiano. Da tutte quelle esperienze aveva tratto insegnamento e imparato l’umiltà che ancora oggi lo rende timido e gli impedisce di esibire potere. Del resto, se continua a circolare in metropolitana, all’origine c’è sempre quell’esortazione indimenticabile: «Ringrazio mio padre che mi ha mandato a lavorare», confessava recentemente, perché «nel laboratorio ho conosciuto tutto il buono e il cattivo delle vicende umane». Il buono e il cattivo è anche la sommadi quanto i cristiani hanno saputo portare nelle terre di missione. Per la prima volta, dall’America Latina (che un filosofo argentino, Alberto Caturelli, preferirebbe definire Iberoamerica), l’Europa si vede ora restituire il dono della fede. E accade direttamente nel centro della Cristianità. Papa Francesco I, insomma, si appresta a compiere idealmente il quinto viaggio di Cristoforo Colombo, un ritorno verso il Vecchio Continente dopo oltre cinque secoli e all’inse – gna dell’evangelizzazione. Sembra suggerirlo anche un possibile riferimento, contenuto nel nome scelto dal successore di Papa Benedetto XVI. San Francesco Saverio, gesuita portoghese, era mortosulle coste cinesi nel 1552, dopo aver battezzato migliaia di persone in India. Alla Compagnia di Gesù, invece, Bergoglio era arrivato quattro secoli più tardi, nel 1958, per accedere al noviziato. Aveva poi proseguito gli studi umanistici in Cile e nel 1963, di ritorno a Buenos Aires, si era laureato in filosofia. Dopo aver insegnato a lungo, nel 1969 era stato ordinato sacerdote. Nonperché la sua vocazione fosse tardiva. È che i gesuiti formano per bene la propria classe dirigente. Il loro motto, «alla maggior gloria di Dio», li impegna a cercare l’eccellenza. Finora, non erano riusciti a eleggere un Pontefice. Li contraddistingueva semmai un quarto voto, oltre a quelli di poverta, castità e obbedienza: la fedeltà e la difesa del Pontefice fino alla morte, anzi perinde ac cadaver. Ma gli sforzi del loro fondatore, sant’Igna – zio di Loyola, ora possono dirsi coronati da successo. Tanto da sorprendere perfino il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, che a caldo si è detto «un po’ scioccato di avere un mio confratello come Papa», ma ha precisato subito che «i gesuiti rifiutano in modo assoluto il potere e sono semplicemente servitori della Chiesa».

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