Chi ha interesse a rubare i dati personali di Michelle Obama, Beyoncé, Mel Gibson e Paris Hilton? È ciò che stanno cercando di stabilire l’Fbi e i Servizi segreti Usa, dopo l’ennesimo scandalo di hackeraggio che ha coinvolto, oltre alla First Lady americana, una dozzina di Vip tra cui Hillary Clinton, Donald Trump, Jay-Z, Kim Kardashian, Ashton Kutcher e Britney Spears. «Stiamo indagando e non commentiamo indagini in corso », ha precisato la portavoce dell’Fbi Jenny Shearer, rifiutandosi di specificare se l’attacco è partito dagli Stati Uniti o dall’estero. L’unica cosa certa è che i pirati informatici sono riusciti a pubblicare su un sito web dal dominio russo informazioni personali e riservate di star di Hollywood e politici di Washington, quali il numero di Social Security—il codice fiscale Usa — il numero di telefono e i dettagli dei loro conti correnti bancari. Oltre a Michelle Obama, i misteriosi hacker hanno preso di mira esponenti di spicco dell’amministrazione democratica di Barack Obama, dall’ex segretario di Stato Hillary Clinton, al vicepresidente Usa Joe Biden. Persino il direttore dell’Fbi Robert Muller è stato spiato, insieme al segretario alla giustizia Eric Holder e al capo della polizia di Los Angeles Charlie Beck. Quando il visitatore clicca sulla sezione dedicata alla First Lady, oltre ai dati personali compare il messaggio criptato: «È tutta colpa di tuo marito. Noi ti amiamo ancora Michelle ». Nel primo pomeriggio di ieri, il sito era stato preso d’assalto da ben 200.000 visitatori. Sul web c’è già chi parla di una «vendetta» dei repubblicani. In America molti non hanno mandato giù l’attacco dello scorso febbraio, quando l’hacker che si fa chiamare Guccifer è riuscito a infiltrarsi nell’account dell’ex presidente Usa George W. H. Bush rubando email private, foto e dettagli personali dei membri del celebre clan repubblicano. Tra le informazioni trafugate anche «email interessanti » sul recente ricovero in ospedale di Bush padre per una bronchite cronica. Negli ultimi anni gli hacker sono diventati il nuovo spauracchio delle autorità Usa. Nel 2010 Google rivelò che pirati informatici cinesi erano entrati nel suo sistema. E lo scorso gennaio il New York Times ha denunciato come, per ben quattro mesi, era stato oggetto di continui attacchi da parte di hacker cinesi che a più riprese avevano cercato di ottenere password di giornalisti e impiegati della testata, contaminando il sito di virus. Per correre ai ripari il New York Times ha ingaggiato la Mandiant, società leader nella sicurezza informatica che è riuscita a risalire ai responsabili dei cyber-attacchi che, oltre al noto quotidiano, avevano preso di mira siti governativi e Wall Street Journal. Si è scoperto così che tutti gli attacchi provenivano da un palazzo governativo di 12 piani a Pudong, la zona nuova di Shanghai, dal quale dal 2006 sono partiti i cyber attacchi a 141 industrie e a governi di tutto il mondo. Attacchi che per l’87% hanno colpito Paesi anglofoni come gli Usa. Proprio ieri, con un insolito appello molto diretto, l’amministrazione Obama ha chiesto alla Cina di fermare l’attività di spionaggio cibernetico ai danni di società e corporation statunitensi. «Le società americane sono sempre più preoccupate per i sofisticati e mirati furti di informazioni riservate e di tecnologie che non hanno precedenti in passato», ha detto Thomas Donilon, consigliere per la Sicurezza Nazionale di Barack Obama, in un discorso pronunciato alla Asia Society di New York.

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