A volte avrei la tentazione di starmene un po’ tranquilla, ma alla fine non resisto e dico: “Dai, venite a casa mia col pulmino che facciamo festa”. Mi riempiono di regali, di disegni. Pensa che a casa mia. a Roma, ho una lavagnetta magnetica, dove li tengo tutti appesi». D. Eppure da quel paese un giorno hai sentito il bisogno di andartene. R. «Sapevo che in Salento non avrei avuto futuro per fare quello che sto facendo. Anche se i primi passi come cantante li ho mossi a casa mia. Da bamb in a a nove, dieci anni, mettevo le cassette di Mina. Patty Pravo, Lucio Dalla, Loredana Bertè e con la spazzola in mano davanti allo specchio ci cantavo sopra. Poi seguivo il gruppo musicale di mio padre (gli H20. ndr): nelle sagre del paese cantavo Mina come acqua fresca. La gente diceva: “Andiamo, che c’è la Emma che canta”. E papà mi accompagnava con la sua chitarra». D. Hai sempre sognato di fare la cantante? R. «A dire la verità, quando ero piccola ero indecisa tra la ginnasta, la p e diatra e la psicoioga. Cantavo per fare un piacere a mio padre: ero la sua principessa e mi faceva piacere farlo contento. Poi, come tutti gli adolescenti, ho avuto un momento di rifiuto. Ho messo in discussione la mia famiglia, perché non mi sentivo capita d a loro. Adesso, invece, la famiglia del Mulino Bianco ci fa proprio un baffo. Certo, abbiamo anche noi i nostri scazzi, ma, a salvarci, è sempre stato il dialogo. Per i nostri genitori io e mio fratello non siamo mai stati dei bambini. Ci hanno sempre trattati da adulti. E andata così anche con la mia malattia». D. So che non ti va molto di parlarne. Te la senti di farlo? R. «Era un periodo che ero sempre stanca, non avevo neppure la forza di alzarmi. Sentivo dentro di me che c’era qualcosa che non andava. Ricordo come se fosse ieri il giorno che ho deciso di andare dal medico, contro il parere di tutti, compresa mia madre, che tendeva a sdrammatizzare, dicendomi che non era niente. Io sapevo che mi avrebbero detto che avevo il cancro. E così è stato. Quando il medico ce lo disse, per mia madre fu un vero e proprio trauma: quando aveva la mia stessa età, a 25 anni, si era ammalata anche lei di cancro. Sapeva l’inferno che mi aspettava